Villeneuve? No, scilvilnèv

sinfonia-motore-rally-img
HEADER-TITOLO-RALLY-senza-foto

Villeneuve? No, Scilivilnèv

 

La prima volta che ho sentito il nome di Gilles Villeneuve ero un bimbetto di due o tre anni. Le macchine mi piacevano e allora ho chiesto a mio papà cosa fosse quella macchina rossa un pelo di traverso e perché avesse appeso quel quadro in garage, vicino agli attrezzi. Deve avermi detto una roba tipo “quello è Gilles Villeneuve, un pilota che correva con la Ferrari tanti anni fa e che andava tanto forte”. Ah, quello andava forte? Bene. Siccome tifo Ferrari, da oggi tifo Villeneuve.

Col tempo mi sarei informato. Così ho scoperto che quello lì, più che andare forte, aveva spostato i termini del motorsport in luoghi che nessuno prima aveva mai sognato di frequentare. Si sa come macinasse i cambi e le sospensioni, saccheggiando la più famosa frase d’affetto mai scritta da Enzo Ferrari: <Gli volevo bene>, solo tre parole ma quanto belle.

I dati sportivi hanno accresciuto la meraviglia per le doti di quel pilota, ma non sono riusciti ad aumentare la meraviglia verso il campione. Impossibile provare ancora più meraviglia per gli eroi di quando si è piccolini. Quando ci faccio caso, mi rendo conto di non pronunciare quel nome come si dovrebbe. Per me, come per molti altri, non hanno senso le lettere “gilles villeneuve”. Hanno senso solo dette in un modo che fa “scillvilnèv”, tutte attaccate e senza pause.

Non sono matto, o almeno non del tutto. Quell’ometto dai tratti gentili e dai capelli fluenti, ve lo dico io che non l’ho mai conosciuto, non può più essere considerato come un vero e proprio essere umano che ha vissuto questo mondo e ci ha lasciato un segno. Di quell’ometto non interessano le capacità di guidare con la neve negli occhi, o di battagliare senza remore con Arnoux, o di staccare quasi una sospensione per tornare ai box dopo una foratura. Non interessa con precisione quello che ha fatto, perché quello che ha fatto lo ha reso più grande di quanto una mente umana possa comprendere. Più grande di quanto una mente umana possa davvero considerare un suo simile. Ecco perché per me non ha tanto senso quel nome. Ha molto più senso il suono di quel nome, con le emozioni e la meraviglia che sono quello può suscitare. Insomma, più di quello che ha fatto, conta quanto incredibile fosse.

Quell’intramontabile di Gianni Brera diceva che i grandi dello sport non morivano, ma venivano rapiti in cielo dagli dei su un carro alato. Ecco, Gilles ha fatto proprio così. Non che lo volesse, non che lo volessimo. Ma è successo, maledetta Imola 1982, Imola ancora più di Zolder. E a noi non è dato nemmeno ricordarlo. Lo possiamo solo celebrare, genio del volante e del rischio. Cavaliere, demiurgo, ammazzarischi, vincente senza vittorie, pauraniente, occhi di bambino, cuore puro, nemico dell’ingiustizia, amico giusto, uomo che sapeva chi era. Noi da tanto tempo o da sempre “senzagilles”, tutta questa lunga sequenza sappiamo bene come riassumerla in una parola.

 

Eroe.

 

 

Niccolò Budoia

logo sinfonia motore almanacco

RIPRODUZIONE VIETATA anche parziale senza il consenso scritto dell’autore
SinfoniaMotore – Tutti i diritti riservati. All rights reserved.