Tutto vero: quello era Pascarolo

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Tutto vero: quello era Pescarolo

 

Si parte…

 

Incredibile ma vero: la notte prima della gara ho dormito. L’emozione era grande, ma più che la passion poté il digiuno (da sonno). Sveglia presto, perché alle 7 si partiva per il circuito: alle 6.30 tutti avevano fatto colazione. Partenza in orario, arrivo in circuito verso le 7.15. Le Mans era deserta. Il centro non fiatava, quasi che volesse preparare il campo per lo strepito che di lì a qualche ora avrebbe fatto puntare gli occhi di tutto il mondo su 13,7 chilometri delle sue strade.

La prima foto del 15 giugno 2019 è all’uscita dei box, con la curva Dunlop sullo sfondo. Sono troppo agitato, troppo emozionato per stare al box. Li saluto tutti e torno solo alle 9 meno qualche minuto, quando la pit viene chiusa per il warm up. Prima riesco a fotografare il briefing dei commissari e la partenza delle decine di vetture di sicurezza che ispezionano la pista: qualche minuto prima è stato chiuso per l’ultima volta il rettilineo dell’Hunaudières e le strade fra Mulsanne e le Porsche Curves: è tutto pronto. La Dallara #47 viene messa in moto verso le 8.30 e tutto è a posto. Gli uomini si schierano al box dieci minuti prima delle 9. Il primo stint del warm up è di Sernagiotto, poi Belicchi e Lacorte. Tutti fanno una manciata di giri: lancio, due tempi e rientro. Tre quarti d’ora volano e cerco di essere il più silenzioso possibile. Avevo già una mezza intenzione di non passare troppo tempo al box, ma questi warm up mi danno la conferma: girare al largo e rompere il meno possibile. Saluto Penny, il gommista che mi ha dovuto sopportare più di tutti gli altri durante il weekend.

L’uscita della pit di Le Mans

Prima della 24 Ore c’è la Le Mans Cup: P3 e GT, fra cui la Lambo e la Mercedes di Villorba. Andiamo a Indianapolis, io e papà. Ci vediamo lì tutti i 55 minuti di gara, impressionati dal gruppetto di testa che dà manate di secondi a tutti ogni giro. La gara finisce, e inizia l’altra gara. Quella che è la più famosa al mondo.

Per entrare sul rettilineo di partenza serve un braccialetto speciale. Altrimenti nisba, rien, nothing, niente. Non si riesce a trovare, e ormai mi ero rassegnato: dovrò salire in sala stampa e guardarmi tutto dall’alto. Miracolo: Francesco Gromeneda, fra le mille cose che deve fare, me ne procura uno. In quel momento, per me, è la persona più grande del mondo. Sono nel rettifilo di partenza, e mi tornano alla mente le parole che il martedì precedente mi aveva detto Loris Rossetto, il capomacchina: “Il momento più emozionante è lo schieramento in partenza. Sono tutti lì che ti guardano, è bellissimo”. Santo cielo, aveva ragione. Le tribune di Le Mans, così maestose e imponenti, sono colme come un uovo. Non c’è un centimetro libero. Teste dappertutto, magliette di tutti i colori, bandiere che sventolano. Sono tutti lì che ti guardano e un po’ ti odiano, perché vorrebbero essere proprio dove sei tu. Anch’io vorrei essere proprio dove sono: solo che non riesco a capire bene dove diavolo mi trovo. È tutto troppo grande, è tutto troppo bello.

La pinna della #47 nascosta dal pubblico sulla linea di partenza

Mi ripiglio e inizio il giro. Foto e video alla Dallara #47, faccio una mini intervista a Sernagiotto nonostante abbia ben di meglio da fare che filarsi me. Vabbè via, faccio due passi. Cetilar Villorba Corse è a centro gruppo, indietro fra le P2. Arrivo fino alla Toyota, ma non si passa. Ancora ancora si intravvede qualcosa all’altezza delle Rebellion e delle SMP, ma più avanti passi solo col permesso divino. Torno indietro e cammino vicino alle tribune, dalla parte opposta rispetto alle macchine: c’è meno gente e almeno si può passare.

È qui che mi capita la cosa più incredibile del weekend, che se ci penso mi viene ancora da piangere. Arrivato all’altezza delle prime P2, sento che dalle tribune partono applausi scroscianti che mi si fanno sempre più vicini. Scartata l’azzardata ipotesi che quelli stessero battendo le mani a me, continuo a camminare. Giro la testa a destra, verso le tribune, e vedo il pubblico tranquillo. La giro a sinistra, verso i prototipi, e non vedo nulla di strano. I battimano sono sempre più forti. A un tratto la gito dritto verso di me. O mamma mamma mamma, quello è Henri Pescarolo. Faccio solo a tempo a biascicare un “bonjour”: non mi guarda nemmeno. Ogni tanto saluta le tribune, e va. Io mi fermo, mi giro e lo guardo. Poi mi giro di nuovo verso le tribune, incrocio lo sguardo di uno spettatore e ci sorridiamo. Siamo a Le Mans, Dio santo, e fra mezz’ora inizia la 24 Ore.

 

Niccolò Budoia

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