Terra, fango e olio in faccia

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Terra, fango e olio in faccia

 

 

La fin…

 

È giunta mezzanotte, ma stavolta non si spengono i rumori. Mi dispiace caro Modugno, ma a Le Mans non comandi tu. Era ormai il 16 giugno, il giorno finale. Tre settimane di sforzi sarebbero giunti all’obiettivo o sarebbero svaniti come un tulipano colto d’agosto. A mezzanotte siamo, io e papà, alle Porsche Curves. Magnifico, ma non avevo dubbi. Alle due e mezza siamo a Indianapolis dopo aver preso un bus che puzza di sudore in maniera davvero significativa. La notte passa così, molto più facilmente di quanto non credessi.

Sono le cinque e papà mi guarda e mi dice che sarebbe andato a dormire. Lo farà per tre ore, steso in mezzo ad altri cento sotto la tribuna Rolex. Per chi non lo sapesse, è quella dirimpetto al rettilineo d’arrivo: dorme in mezzo ai motori a tuono, come se non ci fosse rumore. Io reggo. Dirò: non mi sono mai sentito più fresco. Caffè a manetta, certo: non sono Jeeg Robot, ma raggiungo l’obiettivo. Mezzo stralunato, arrivo alle 5.30 nella zona dei box. Non posso dormire, voglio guardarmi l’alba in curva Dunlop. Ce la faccio: sono le 6.07 quando faccio un video di un minuto e mezzo col sole che inizia a fare capolino in mezzo all’arco Dunlop. Mi sento realizzato, e non faccio troppo caso al ragazzo (avrà la mia età, 22-25 anni) che barcolla fra le tribune. I postumi della sbronza da mega concertone della sera prima lo fregano. Non si regge in piedi, ma ha un bellissimo sorriso.

Non è l’unico. Qualcuno si china e torna su barcollante, ed è meglio non andare a curiosare là attorno. Tutti offrono birre, che per pietà non accetti. Alle 6.30 arriva la mia ora. Sono esausto, dopo 23 ore sveglio. Saluto il box, mi chiedono dove sono stato e facciamo due chiacchiere, poi la sonno chiama. Vado in hospitality, dove Vittorio ha preparato una brandina. Metto la sveglia: dormirò mezz’ora. Mi sveglio come fosse passato un minuto e mi rimetto in marcia.

Torno alla Dunlop, faccio colazione ma soprattutto salgo in sala stampa. Con gli occhi di fuoco, arsi dal sonno, prendo spazzolino e dentifricio e mi lavo i denti. Ok, sono più o meno accettabile. Mi sistemo i capelli, parecchio arruffati, e via: Dunlop e di nuovo box.

Mi siedo sulla panca sistemata al bordo del box: non l’avessi mai fatto. Mi arriva addosso un treno di sonno, ancora. Non posso dormire là in mezzo, quindi mi alzo e vado nel retrobox, fra la stanza e il camion. Trovo un angolino, scomodissimo ma che mi pare una buona via di mezzo. Mi sistemo, chiudo gli occhi e sento un meccanico che fa, sottovoce, “Ma proprio là deve dormire?”. E Christian Pescatori: “Cosa ti devo dire?”. Intuisco che ce l’hanno con me. Ci metto 40 secondi (non di meno) a levare l’ancora, e mi arriva l’ideona: vado in sala stampa a dormire. Sarà vuota, mi dico. Macché, è piena. Sono sul punto di mollare, quando arrivo nello stanzino dove ho la postazione. Giro gli occhi a destra e vedo un giapponese, piccolino, steso per terra sotto un tavolo. Il cuscino è lo zaino, non ha coperte, e russa. Ok, in sala stampa si può dormire.

Ronfo fra le 8 e le 9. Mi perdo una penalità di stop and go affibbiata alla #47, ma non il problema alla compressione del cambio che toglie a Cetilar Villorba Corse la meritatissima top ten di classe. Raggiungo papà, che si sveglia verso le 6.30, con lui mi bevo un tè (una 24 ore stravolge anche lo stomaco, sappiatelo) e torno al box. È mezzogiorno, e non mi muoverò più.

Il brindisi al box Cetilar al termine della loro terza Le Mans consecutiva

Tutto va liscio. I cambi gomme sono perfetti, e verso le 14.55 vedo tutti che escono dal box e vanno al muretto. Tutti tutti, tranne Pescatori che rimane dentro. Chiedo se posso andare anch’io, mi dice di sì. Mi spalmo sul vetro fra muretto e pista. Passa la #8 (ho assistito in diretta insieme ai meccanici alla foratura, molto presunta, della #7. I dubbi restano, ma parecchi). Ancora qualche secondo, facciamo un minutino: eccola, la #47. Esulto neanche che la Juve abbia vinto la Champions. Si abbracciano tutti, abbracciano anche me. Piangiamo tutti insieme. È bellissimo, tre Le Mans finite su tre partecipazioni. Che robe ragazzi. Dal muretto applaudo la #8 mentre va verso il parco chiuso. Guardo un po’ il podio e fotografo i festeggiamenti a champagne all’interno del box Cetilar Villorba Corse, un nome che da quel momento è affidato alla storia del motorsport italiano. Il sodalizio si spezza, le due imprese non correranno più insieme. Che peccato.

Baci e abbracci con tutti, questo sì. È una festa, comunque sia. È stata scritta un’altra pagina di storia. Una storia bellissima. Salgo in sala stampa. Ho due pagine da scrivere, e devo sbrigarmi. Non so quanto durino le batterie. Non quelle del computer, ma le mie. Davanti a me ho l’ufficio stampa di SMP Racing, terzi assoluti. Sono compostamente contenti. Scrivo alla velocità della luce, mando foto mie e dell’ufficio stampa Cetilar, sempre precisissimo. Dei grandi, con cui ancora mi sento di tanto in tanto. Ce la faccio: i pezzi arrivano tutti.

Scendo verso le 17. In quel momento lo capisco: è finita davvero. La 24 Ore che ho aspettato per settimane, o meglio mesi, è finita. Solo i ricordi si salvano. Sono passate due ore dalla bandiera a scacchi, ma già mi assale la nostalgia. Devo tornarci, potreste mica ricominciare? Facciamo che questa era una prova?

La Ferrari 488 GTE di Fisichella, Flohr e Castellacci al parco chiuso

Scendo, e vado al box. Lo stanno smontando. Al centro c’è lo spazio vuoto dove andrà la Dallara “di Marca”. Attorno ci sono le pareti bianche, che prima erano coperte dai pannelli blu Cetilar. È un misto di romantico e triste insieme. Forse mi vedono mogio e capiscono, e qualcuno mi fa: “Finita eh?”. Eh sì. Peccato. Volevo giocare ancora un po’.

Mi chiedono di dare una mano a portare via la macchina dal parco chiuso, il cui regime finisce tre ore dopo l’ingresso dell’auto. Alle 18.27 varco la soglia fatale e fotografo la Ferrari #54, che porta all’anteriore le ferite di guerra. Mi dicono dove mettere le mani e spingo. Sappiate che la televisione imbroglia, perché le macchine dopo una gara non sono pulite e lucide. Sono sporche, magari rotte, piene di terra, fango e olio. Terra, fango e olio che adesso ho sulle mani e in faccia, perché cerco di asciugarmi il sudore. Mamma li turchi.

Verso le 19, tutti in albergo. Arriviamo, si va in camera a lavarsi (che ce n’è bisogno, dopo due giorni) e si scende. Cena e di nuovo in camera, stavolta per qualche ora in più. Prima di abbandonarmi a Morfeo, Canal Plus trasmette il famigerato GP del Canada, quello del taglio di curva 3-4 di Vettel che costa 5 discutibili secondi. Mariavergine, persa anche questa. Ma quanto dà fastidio.

Non abbastanza per non dormire. Tocco il cuscino e crollo. Ci vediamo domani.

 

Niccolò Budoia

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