Stewart e la Tyrrell 005

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Stewart e la Tyrrell 005

(Un guanto troppo largo da indossare)

 

 

Anche se Jackie non era ancora diventato Sir, in quel 1972 stava giocandosi le residue possibilità di conquistare ipoteticamente il suo terzo alloro iridato.

C’era però da contrastare la novità del momento. Emerson Fittipaldi e la sua nera Lotus 72. Un connubio praticamente perfetto. Due ritiri in tutto fino al Gran Premio d’Austria,tre vittorie in otto gare, peggior risultato un quarto posto. Il paulista che incarna l’evoluzione di Rindt, senza essere per questo altrettanto funambolico quanto Jochen. Un ossimoro in piena regola, a negare quell’apparente natura sudamericana per il calore e la vita in ogni cosa intrapresa.

Un inspiegabile connubio anglo-brasiliano quello tra Chapman ed Emmo. Fuori dal contesto della stereotipata logica del luogo comune. Più di quanto la medesima accoppiata tra Gardner e Stewart in Tyrrell non faccia altrettanto supporre. Il progettista di “Zio Ken” concepisce la nuova 005 esplicitamente sullo stile di guida pulito ed essenziale di Jackie. Un passo cortissimo di appena 2389 mm, per una Formula 1 in grado di esaltare la pulita reattività nella guida del pilota scozzese.

Un teorema perfetto, come sarebbe dovuta essere nella mente del progettista britannico la successiva P34. Ma questa è un’altra storia a sei ruote, senza Stewart che la faccia partecipare a un Gran Premio, come invece quella domenica del 13 agosto a Zeltweg, sta per andare in scena tra i velocissimi curvoni dell’Ӧsterreichring. 23 giri, in cui le ragioni di quel forzato debutto  del nuovo modello Tyrrell nel contendere il titolo al brasiliano della Lotus sembrano dar ragione alla logica da corsa di Gardner e alla guida di velluto di Jackie. La coppia perfetta. Braccio e mente di quei titoli iridati portati a casa dalla squadra di Ockham. 23 giri. Poco meno della seconda metà di gara. Quella che conta per davvero per cercare di vincere.

Al retrotreno, l’usura degli pneumatici posteriori della 005 rende la guida del pilota scozzese sempre più difficile, fino a farlo remare oltre qualsiasi redditizio limite d’aderenza meccanica. Stewart scivola, in pista e in classifica. Superato Jackie, Fittipaldi vince la corsa, vedendo il rivale terminare al settimo posto.

Un guanto troppo largo.

Ecco cos’era per Jackie sedersi in quel momento il mettersi alla guida di quella vettura, andata già distrutta una volta nelle prove del Gran Premio di Gran Bretagna sul circuito di Brands Hatch. Stessa identica cosa di quanto era successo in Francia al compagno di squadra Cévert. Un difetto congenito nel progetto. Le sospensioni non lavorano a dovere. Bisognerà ricominciare da capo, per vedere Stewart iniziare a vincere con quella stessa monoposto due gare più tardi, a titoli già assegnati. Il punto da cui partire per la costruzione della successiva 006, la vettura che consacrerà Jackie quale pilota più vincente di ogni epoca in Formula 1 per oltre un decennio. Sarebbe bastato accorciare il passo di ulteriori tre millimetri. Quanto basto a rendere quel guanto troppo largo un perfetto indumento da indossare.

Dopo quella domenica da debuttanti, tra i boschi della Stiria.

 

Stewart e la Tyrrell 005

(Un guanto troppo largo da indossare)

 

 

Anche se Jackie non era ancora diventato Sir, in quel 1972 stava giocandosi le residue possibilità di conquistare ipoteticamente il suo terzo alloro iridato.

C’era però da contrastare la novità del momento. Emerson Fittipaldi e la sua nera Lotus 72. Un connubio praticamente perfetto. Due ritiri in tutto fino al Gran Premio d’Austria,tre vittorie in otto gare, peggior risultato un quarto posto. Il paulista che incarna l’evoluzione di Rindt, senza essere per questo altrettanto funambolico quanto Jochen. Un ossimoro in piena regola, a negare quell’apparente natura sudamericana per il calore e la vita in ogni cosa intrapresa.

Un inspiegabile connubio anglo-brasiliano quello tra Chapman ed Emmo. Fuori dal contesto della stereotipata logica del luogo comune. Più di quanto la medesima accoppiata tra Gardner e Stewart in Tyrrell non faccia altrettanto supporre. Il progettista di “Zio Ken” concepisce la nuova 005 esplicitamente sullo stile di guida pulito ed essenziale di Jackie. Un passo cortissimo di appena 2389 mm, per una Formula 1 in grado di esaltare la pulita reattività nella guida del pilota scozzese.

Un teorema perfetto, come sarebbe dovuta essere nella mente del progettista britannico la successiva P34. Ma questa è un’altra storia a sei ruote, senza Stewart che la faccia partecipare a un Gran Premio, come invece quella domenica del 13 agosto a Zeltweg, sta per andare in scena tra i velocissimi curvoni dell’Ӧsterreichring. 23 giri, in cui le ragioni di quel forzato debutto  del nuovo modello Tyrrell nel contendere il titolo al brasiliano della Lotus sembrano dar ragione alla logica da corsa di Gardner e alla guida di velluto di Jackie. La coppia perfetta. Braccio e mente di quei titoli iridati portati a casa dalla squadra di Ockham. 23 giri. Poco meno della seconda metà di gara. Quella che conta per davvero per cercare di vincere.

Al retrotreno, l’usura degli pneumatici posteriori della 005 rende la guida del pilota scozzese sempre più difficile, fino a farlo remare oltre qualsiasi redditizio limite d’aderenza meccanica. Stewart scivola, in pista e in classifica. Superato Jackie, Fittipaldi vince la corsa, vedendo il rivale terminare al settimo posto.

Un guanto troppo largo.

Ecco cos’era per Jackie sedersi in quel momento il mettersi alla guida di quella vettura, andata già distrutta una volta nelle prove del Gran Premio di Gran Bretagna sul circuito di Brands Hatch. Stessa identica cosa di quanto era successo in Francia al compagno di squadra Cévert. Un difetto congenito nel progetto. Le sospensioni non lavorano a dovere. Bisognerà ricominciare da capo, per vedere Stewart iniziare a vincere con quella stessa monoposto due gare più tardi, a titoli già assegnati. Il punto da cui partire per la costruzione della successiva 006, la vettura che consacrerà Jackie quale pilota più vincente di ogni epoca in Formula 1 per oltre un decennio. Sarebbe bastato accorciare il passo di ulteriori tre millimetri. Quanto basto a rendere quel guanto troppo largo un perfetto indumento da indossare.

Dopo quella domenica da debuttanti, tra i boschi della Stiria.

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