Si torna a casa

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Si torna a casa

 

                                         

La gara era finita davvero, mannaggia. Lunedì 17 giugno 2019 è stata la giornata del rientro, quella in cui era finito tutto. Arrivati in circuito non c’era la folla impazzita e insieme composta della 24 Ore, non c’erano i campeggi presi d’assalto, non c’erano le code davanti all’ingresso di Place Luigi Chinetti. Niente e nessuno testimoniava che lì, fino al giorno precedente, si era corsa la gara più famosa al mondo. Qualche camper qua e là, ecco, ma niente di più.

Anche il paddock era più piccolo. Qualcuno aveva già impacchettato tutto e aveva levato l’ancora, qualcun altro era in procinto di farlo. Villorba Corse no. C’era il box da finire di sistemare (roba da poco) e l’hospitality da smontare. E quello faceva meno ridere, ma molto meno. Dopo un rapidissimo giretto durante il quale capisco che oggi ho ben poco da girare visto che non c’è niente di aperto (neanche i bar), torno all’hospitality in cui ho mangiato per otto giorni, pranzo e cena. Li vedo indaffarati e resto lì. In qualche modo cerco di farmi passare il tempo, fino a quando non iniziano a smontare le parti più alte. Uno di loro vede uno alto 1,95 metri e gli dice di andare a dare una mano. È un’offerta che non si può rifiutare.

Lavoro insieme ai ragazzi un paio d’ore, e alla fine ce l’abbiamo fatta. Restano da portare via i due sacchi riempiti da un centinaio di litri d’acqua sistemati tre settimane prima per ancorare il tendone, che il vento fortissimo di Le Mans si stava portando via. È lì che mi guadagno un po’ di rispetto: ne prendo uno sulla schiena, lo tiro su di peso e, con una sola sosta intermedia, faccio i 30 metri che servono a buttare l’acqua in un piccolo praticello lì vicino. Ritorno e mi dicono di non farlo più: “Ti fai male, dai”. È come una medaglia.

Si parte verso l’una. Pranziamo in autogrill e arriviamo a Parigi per l’areo che ci porterà a Venezia. Qualcuno lo perdiamo per strada prima: chi resta in Francia, chi va in Svizzera, chi a Torino, chi a Milano. Restiamo una decina, pochi meno. Prendiamo il volo, e poco prima dell’imbarco mi salta addosso la sonno che le otto ore dormite quella notte non hanno potuto cancellare del tutto: “Ci vuole una settimana, tranquillo”, mi dicono tutti. Non ci credo, ma intanto appena salgo in aereo crollo addormentato.

 

 

Niccolò Budoia

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