Patrick Tambay: condottiero silenzioso

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Patrick Tambay: condottiero silenzioso

 

 

Forza. Energia.

Sul podio, i suoi occhi tristi di pilota avvertono tutto il peso della corona dei vincitori appoggiata sulle proprie spalle. Il peso della tragedia, senza che questa riesca a impossessarsi definitivamente di lui.

Quando alla sera invita i meccanici a cena, Tambay alza al cielo il bicchiere. Un brindisi. Niente di più, nel ricordare chi non fosse più con loro e chi fosse in quel momento all’ospedale. Perché di festeggiare non era proprio il caso, ma lo stare in compagnia poteva solo aiutare le anime di quegli uomini provati dal dolore, mentre in gola il magone saliva a tutti come la schiuma di una birra che nessuno avesse più voglia di bere.

La forza del ricordo, di una vittoria ferrarista resa indelebile da un dolorosissimo istante. Ecco che cos’è questa storia. Diventando nel tempo un talismano potentissimo non solo contro i mali. Un magico e irripetibile amuleto. Per attenuare il dolore di un gravissimo incidente appena avvenuto e quel lutto indescrivibile, non ancora del tutto elaborato dalla Ferrari e il suo popolo.

Patrick Tambay e quel numero 27 condiviso con Gilles. Entrambi sotto il tetto di un’amicizia del tutto speciale per il mondo del motor sport. Giunto in Europa per essere un pilota del Cavallino, Tambay gli aveva prestato le chiavi di casa sua. Una villa a Cannes, in attesa che il canadese trovasse una sistemazione per sé e la propria famiglia. Ora Villeneuve era venuto spiritualmente a rendergli il favore, lasciando che quel 27 su fondo Rosso sul muso della C2 di Patrick fosse a tutti gli effetti da qualche Gran Premio il suo numero di gara.

Appiedato da Ligier a fine ’81, con tanto di zoppia per un botto frontale contro i muretti di Las Vegas, Tambay prende parte al campionato Can Am oltreoceano, dopo una trattativa non andata in porto con la Arrows  di Oliver per sostituire Surer, infortunatosi in Sudafrica durante i test invernali.

Senza troppi giri di parole è un pilota a fine carriera. Tutto secondo logica, tranne che per un motivo. Da immortale patriarca da corsa, Enzo Ferrari ha deciso diversamente per quel costume di “agitatore di idee” (e di uomini) che da sempre, ne contraddistingue l’esistenza. Tambay torna in Formula 1 dalla porta principale, impugnando il volante che fu di Gilles fino a quel disperato 8 maggio. Un filo sottile, i cui capi sono in grado di congiungere ineluttabilmente i destini di questi due amici, uniti nella tragedia di una stagione maledetta.

Dopo Zolder, Hockenheim. In prova Pironi decolla letteralmente alla cieca sbriciolando le proprie gambe contro il retrotreno della Renault turbo di Prost. Una nuvola d’acqua, che dal cielo proviene per in cielo portarlo. Fino a un atterraggio che pur lasciandolo vivo ne deturpa violentemente il corpo in ogni parte.

Una carriera improvvisamente spezzata.

Anche se tutto questo Didì, ancora non lo sa.

La domenica della gara alla Jim Clark-Kurve, va in scena la “scazzottata” del secolo tra Piquet e Salazar. Tutto in mondovisione, per pugni del tutto veri. È il diciottesimo giro della corsa tedesca. Il contatto fra i due sudamericani spalanca la porta alla prima vittoria di Tambay in Formula 1.

È un podio triste. Ma questo non conta. Non quel giorno  in cui Patrick è un condottiero silenzioso. Un moderno Parsifal, alla ricerca di un immateriale Graal, per salvare gli uomini Ferrari dalla propria perdizione.

Con Gilles per amico.

Sempre nel cuore.

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