Nel clima di Le Mans

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Nel clima di Le Mans

 

Quando Budo varca la soglia del paradiso in terra…da cronista a Le Mans.

 

Quella di martedì 11 giugno 2019 è stata la prima grande giornata di batticuore. Sveglia, colazione, via verso il circuito con Cetilar Villorba Corse. Arriviamo e chiedo a Sernagiotto se era possibile anche per i giornalisti entrare al briefing fra piloti e direzione gara. Incredibile: potevo andarci anch’io. Ovviamente mi infilo nella fiumana dei 186 piloti che sarebbero stati in gara dall’indomani e arrivo nella sala conferenze. Ad accogliere tutti c’era lei, la coppa. Tutti c’hanno buttato lo sguardo, Alonso incluso. Mi sistemo, in piedi, appena fuori dalla platea e inizio a fare foto: Fisichella mi passa giusto davanti, e scatto.

Capisco bene come funziona la “Full course yellow” e intuisco che c’è un problema con le barriere, ma non mi ricordo più quale. “Provvederemo”, dice il direttore di gara. Chissà se lo ha fatto davvero. Fatto sta che il briefing finisce e allora faccio un video. Ci sono tutti i piloti che mi vengono incontro per salire le scale e tornare al paddock: Toyota, Rebellion, SMP, de Vries, Pier Guidi fra i primi. Insomma, tutti. Non mi sembra vero, eppure sono lì. Forse è stato in quel momento che ho iniziato a capire che lì c’era il meglio della pista mondiale: prima erano solo nomi, ora erano anche volti, sorrisi, scherzi e qualche volto teso.

“Fisico” di spalle  in primo piano al briefing della Le Mans 2019

Rientriamo tutti e loro si dispongono sul rettilineo per la foto di rito. Sono anch’io fra i fotografi (nel mio caso, presunto tale) che li inondano di flash. Bè, io uso il mio iPhone rigorosamente senza flash, ma l’idea è quella. Dopo pranzo (l’ultimo fatto alle 12, perché poi prima veniva la corsa e poi lo stomaco) è il momento delle prove di cambio gomme ma, soprattutto, dell’articolo per la tribuna di Treviso. Oggi avrei scritto dei meccanici trevigiani a Le Mans, e per farlo mi trasferisco anche nel paddock della “Road to Le Mans” in cui Villorba Corse schiera una Mercedes e una Lamborghini: racconto le storie di Luca Dariol, Andrea Zanardo, Loris Rossetto e Stefano Carletti, i quattro trevigiani fra tecnici e meccanici che in quei giorni lavoravano a Le Mans chi per la seconda, chi per la terza volta: <Il momento più emozionante è quando ti schieri, prima del via. Tutti sono lì a guardarti, è bellissimo>, mi racconta Rossetto, il capomacchina.

Passa un’ora e inizia la sessione di autografi: non ne prenderò uno, ma in compenso mi ricorderò qualcosa. Prima tappa, obbligata, alla Toyota. Un centinaio di persone aspettano la #7 e la #8 sotto la pioggia e una signora, vestita e pettinata in un modo spettacolare, chiama talmente a gran voce Alonso che Fernandone nostro si alza e la va ad abbracciare. Si sprecano i click dei fotografi e gli applausi del pubblico. Chissà perché batti le mani: sei in coda, sotto la pioggerellina canchera di Le Mans e questo sta perdendo tempo. Vabbè…

L’abbraccio di Alo a una “colorata” tifosa

Un’oretta di giro e torno nei paraggi della #47: selfie con Sernagiotto, lui professionale io sorriso anche pagliaccesco. Un’altra volta, “vabbè”. Come si era riempita, alla stessa velocità la pit lane si svuota. Mi resta impresso il fiume di gente che entra ed esce, nonostante nessun motore si sia ancora acceso. Le libere partono l’indomani alle 15, ma già alle 18 del giorno prima attorno al circuito ci saranno 10mila persone. Ogni giorno, coprendo la distanza fra l’hotel e il circuito, si vedono spazi verdi riempirsi di tende, camper e macchine. Sono i mitici prati di Le Mans, quelli che vengono adibiti a campeggio cinque giorni l’anno. In uno di questi, pieno di inglesi e francesi, vedrò anche una Lancia 037 stradale, parcheggiata sull’erba accanto a una tenda. Robe da matti.

Insomma, è il clima di Le Mans. Finalmente lo sto respirando anch’io, ed è una cosa sensazionale. Inizio a capire che devo considerare questa come una gara completamente diversa da quelle che ho visto in precedenza. Dentro di me l’attesa sta salendo tantissimo. Più che attesa, questa è vera e propria emozione. Ho aspettato tanto questo momento e per un lungo periodo ho temuto che tutto potesse saltare. Solo arrivato in aeroporto a Venezia, la domenica precedente, ho capito che sarei andato davvero a Le Mans. La gara più famosa al mondo, quella che io non sarei mai andato a vedere, “ma va là figurati se ci riesco”, era là. Io ero là, in un contesto irripetibile: ospite di una squadra, a contatto con meccanici e piloti. Potevo fare quasi tutto quello che volevo, potevo vedere i campioni più grandi. Maledetta timidezza che non mi ha fatto scambiare due parole con qualcuno di loro. Ero lì: era tutto realissimo, ma non mi pareva vero. Domani le libere. Andiamo a dormire va.

 

Niccolò Budoia

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