Mounsieur Beltoise

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Monsieur Beltoise

 

Boulogne-Billancourt.

Poco più di centomila abitanti a sud-ovest di Parigi, per dare i natali a un pilota eclettico. Uno, cui la parola velocità risultava scomoda quanto la parola rischio.

Nella vita di Jean Pierre Beltoise, la morte l’ha sempre lambito ma mai toccato. E lui per ricambiarle il favore pensò bene ogni volta che poteva di farle lo sgambetto senza troppi complimenti.

Pochi sanno infatti che le prime grandi battaglie in nome della sicurezza insieme a Stewart siano venute da questo pilota francese dal profilo aquilino. Nessuno come lui aveva visto tante volte la morte da vicino senza che gli si torcesse un capello. 1000km di Buenos Aires. Jean Pierre sta spingendo a piedi verso i box la sua Matra 660 rimasta secco. La Ferrari 512M di Mike Parkes la sfiora, la Ferrari 312 PB di Ignazio Giunti la centra in pieno. La barchetta di Maranello diventa una palla di fuoco.

Per Giunti è la fine di tutto. 

Per Beltoise l’inizio di calvario giuridico sportivo che lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni. Rimorsi, accuse, provocazioni e contumelie. Ma lui se ne frega e tira dritto. Ha fatto il suo dovere di pilota, come a chiunque al suo posto avrebbero chiesto. Riportare la macchina ai box. Una prassi normale al tempo, in un’epoca che, piaccia o non piaccia contemplava la morte come assidua frequentatrice degli autodromi.

Stampa o non stampa, battibecchi polemici e sinfonia della verità tecnica e giuridica a parte, Beltoise paga i fatti argentini con una sospensione della licenza di pilota per un mese. Ma per un uomo che aveva rischiato di perdere un braccio a Reims durante una 12 ore nel ’64, e che, aveva perso la prima moglie Eliane in un incidente stradale era tutto (o quasi) perfettamente normale. La morte da vicino con gli occhi di Cevert al Glen, una volta risposatosi in seconde nozze con Jacqueline, la sorella di Francois. Non c’era da stupirsi se le risposte di Jean Pierre alle domande d’inviati intraprendenti fossero bene o male quelle di un sergente di ferro alla prese con un plotone indisciplinato.

La Formula 1 gli regalerà un unico successo ma non per questo meno importante.

A Monaco nel 1972 Beltoise firmerà l’ultima vittoria a nome BRM nel Circus, alla guida della P160. Sull’acqua era un brutto cliente. Per chiunque. Merito di quel braccio che a Reims doveva essere amputato e che obbligò Beltoise a rinunciare all’irruenza, in nome di uno stile pulito e scorrevole. Fluido come quella pioggia che lo rese vincitore.

Au revoir Monsieur Beltoise.

Le juex son fait.

 

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