Me ciami Brembìla…

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Me ciami Brembìla...

 

 

Tel chi Siur Brembi.

Ghisa da lavorar, per pochi denari.

Mi vengono in mente certe compagnie aeree, coi loro voli low cost.

Nelle corse il low cost è sempre esistito. Fino a un certo punto. Perché a un bel momento nel motosport con pochi denari non si correva più e manco la ghisa han più saputo cosa fosse.

Carbonio e computer.

Da un’officina in Via Cimarosa a Monza, una volta si poteva anche pensare di poter arrivare in Formula 1, quando le corse sapevano ancora di olio di ricino e gomma bruciata.

Difficile.

Difficile immaginare uno come il Tino e suo fratello Vittori. Pochi mezzi, pochi soldi ma tanta “ignoranza” come dicono oggi. Si, ignoranti. Perché quando con le dita della tua mano riesci a svitare i dadi dalla propria sede senza prendere una chiave inglese, vuol proprio dire che quella stessa ignoranza ti ha bonariamente pervaso. Ti ha insegnato a fare tanto con poco.

A correre dove i sogni non avrebbero mai immaginato di poter fare. Da geniale operaio  e meccanico. Del proprio mezzo e del proprio destino.

Così a me del Tino rimane quel ricordo lontano. Di aver fatto vincere la macchina del Commendatore per primo. La Ferrari Dino 166 di Formula 2.

Tel chi.

Siùr Brembi.

Anche se con la ghisa.

Non si corre più.

Perché il Tino era così.

Geniale operaio.

Per pochi denari.

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