Lorenzo

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Lorenzo

 

Tutto nuovo quel giorno nel Gp di Monaco.

Il casco della Bell. Bianco e rosso. I guanti rossoneri. Come un velocissimo tifoso del Milan.

Tutto nuovo. Come si trattasse di una prima comunione della velocità, così frequenti a maggio tra le famiglie italiane.

Tutto bello in quel 1967. Insieme a quella pista adorata e odiata al tempo stesso. Migliaia di cambiate. La mano destra piagata. Una fatica fisica mostruosa. Cose per cui Lorenzo non si crucciava. Non dava peso. Come in un intera esistenza, forgiata nell’avversità.

Aveva vinto a Le Mans, Daytona. La Targa Florio. La 1000 Km di Monza e quel Gran Premio d’Austria che diventò nel tempo la sua unica vittoria in Formula 1.

La vittoria a Monaco era molto più che un sogno. Sarebbe stata la dimostrazione concreta che anche un ragazzo proveniente dal nulla avrebbe potuto. Col lavoro e il sacrificio diventare qualcuno. La classe operaia in Paradiso. Dando ogni volta tutto quello che si aveva in corpo. La prima, come l’ultima volta.

Cento giri. Per dichiarare chi fosse il più forte con le monoposto.

7 maggio.

Il numero perfetto. La completezza di ogni cosa. La Ferrari con la sua 312 quel giorno può solo vincere.

Da direttore sportivo Ferrari lo pensa anche Franco Lini, nel ragguagliare il Commendatore, sul possibile andamento della corsa.

Tutto mistico. Irreale. Mentre Lorenzo è solo. Con la propria volontà di uomo per bene.

Gli uomini possono morire. Solo agli Dei è concesso il dono dell’immortalità.

Lasciando che una macchina Rossa diventi la sua ragione di vita.

A ogni curva e in ogni momento.

Una vita per la Ferrari senza alcun ripensamento.

Chiudendo gli occhi per sempre.

Sopra a quel sogno monegasco.

Ancora tutto da vivere.

 

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