Le prime volte di Ginther

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Le prime volte di Ginther

 

 

Dove vai ? ”

Chiese la madre con un filo di preoccupazione nella voce.

“Niente Ma, faccio un giro con George. Ha un amico da farmi conoscere.”

Nulla di speciale per l’America degli anni ’50, tra un panino, una coca al fast food e una canzone di Elvis. Due giovani fratelli, capelli a spazzola e mascella volitiva. Due bei figli di quel prosperoso Zio Sam dell’America post bellica, così intenta a riportare la pace nel mondo a suon di progresso e benessere.

Niente di strano, parlando della Fernando Valley e di un luogo come Granada Hill, a pochi passi dalla costa californiana del Pacifico.

Sono i nomi coinvolti, come spesso succede nelle storie,  a far la differenza.

A Richie Ginter, conoscere quell’amico del fratello George avrebbe cambiato la vita per sempre. Philip Toll Hill, per gli amici Phil. Il primo campione del mondo americano in Formula 1.

Uno, fratello maggiore. L’altro un fratello maggiore acquisito, con cui entrare dalla porta principale nel mondo delle corse, fino ad approdare in Ferrari e debuttare nel Circus a trent’anni. Al Gran Premio di Montecarlo del ‘60.

Che strana macchina si trova per le mani Richie.

È la prima Ferrari da Gran Premio a motore posteriore: la P246. I buoi davanti al carro badava a dire il Vecchio, ma gli inglesi da due stagioni vincevano col motore collocato al posteriore. A man bassa. Dura minga ‘sta storia dei buoi. E Ferrari dà ordine a “Chitone”, il suo ingegnere, di allestire in fretta e furia una monoposto a motore posteriore. Ne esce un mezzo massiccio, voluminoso e pesante. Un po’ come il suo corpulento  ideatore. Dall’evoluzione di quell’ingombrante  vettura verranno i concetti che porteranno alla realizzazione della 156. La Ferrari “Squalo”. L’auto con cui il fratello maggiore acquisito vincerà il mondiale, l’anno successivo.

Non era questione di debuttare in Formula 1 con la Ferrari. Per Richie il problema non si poneva nemmeno. Lo si capì quando vinse il suo primo e unico Gran Premio, pilotando cinque anni più tardi una vettura giapponese: la Honda RA272 con un  V12 posto trasversalmente al retrotreno.

E quando aveva vinto una vettura giapponese in Formula 1, con un motore montato così?.

Mai.

Ci pensa lui in Messico. A far contento Soichiro e tutta la sterminata schiera di operai al suo servizio.

E poi?

Ah si. Guidare la prima monoposto tutta americana nel Circus voluta dal connazionale Dan Gurney.

Anche questa? Sì, solo che sulla sua di Eagle a Montecarlo non hanno montato un motore Weslake ma uno spompato Coventry Climax e nemmeno si qualifica.

Non importa.

Sua madre dopo tutte quelle prime volte si mise l’animo in pace, nel sapere dove stesse andando quel suo figliolo.

Era nato lo stesso giorno di Neil Armstrong.

Dalla Luna alla Formula 1  sapeva che poteva era soltanto una prima volta.

Non c’era da preoccuparsi.

Solo da aspettare il suo ritorno a casa.

Magari per cena, insieme ai suoi fratelli.

Acquisiti e non.

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