Le prime lacrime a Le Mans

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Le prime lacrime a Le Mans

 

“Prima di partire per un lungo viaggio. Così cantava Irene Grandi nel lontano 2003.  Ma nel caso di Budo è stato un vero e proprio pellegrinaggio. In Terra Santa a Le Mans…

 

Il 9 giugno 2019 parto per Le Mans. In aeroporto a Venezia devo incontrare Raimondo Amadio, il team principal di Cetilar Villorba Corse, con cui condividerò il volo verso Parigi-Charles De Gaulle. Il volo è poco dopo le 7, ma io alle 5.30 scatto una foto dei bar vicini ai gate. Contavo di prendere un caffè, l’ultimo prima della brodaglia francese. Ma a quell’ora la gente dorme, e anche giustamente. Tutto chiuso, insomma.

Aspetto fino alle 6 e incontro Amadio. Ci sediamo davanti al gate e si fanno quattro chiacchiere: com’erano andati i collettivi della settimana passata, come sta la squadra (sul posto ormai da due settimane, robe da matti), se era stato risolto il problema che a Monza aveva determinato tre volte la rottura dell’idroguida: sì, ed era una noia elettrica.

Chiamano il volo, e una folla si alza accalcandosi a ridosso del gate: <Mi no i capisso>, mi fa Amadio. In effetti, perché ti alzi per primo? Sta tranquillo che aspetti lo stesso, vedrai. Ci alziamo per ultimi e, arrivati al bus, incontriamo Giorgio Sernagiotto e Manuela Gostner, anche loro con la testa a Le Mans. Due parole, come va come non va, e finalmente arriviamo all’aereo. Qui inizia un turbinio di articoli. L’archivio mi ricorda di aver scritto di un concorso florovivaistico organizzato a Oderzo, la storia di una maestra che a Oderzo ha salvato un’ebrea al tempo dei rastrellamenti, quella di un oleificio della zona di Oderzo fallito anni prima e da allora in malora, e di un progetto di attenzione ai giovani.

La “S” Ford del Bugatti di Le Mans

Non scrissi solo durante il volo, passato per fortuna seduto vicino all’ala e dunque con più spazio per le gambe. Scrissi anche in macchina, verso Le Mans: una Renault spaziosa a vederla, ma non altrettanto dopo essere stata caricata di quattro valige (maledetto bagagliaio inesistente). Amadio davanti, grazie ai 2 metri e passa. Io dietro, anche se comunque 1,95: per starci, mi ero messo con le gambe di sbiego che partivano da un finestrino e arrivavano all’altro. Ma andava benissimo: stavamo andando a Le Mans.

Ricordo che il primo contatto con la pista è stato a Tertre Rouge. Una piega paurosa, come dalla televisione non riuscirete mai a capire. L’accredito mi viene consegnato (anche grazie all’inglese di Amadio che corregge qualche errorino, pecca di cui non vado fiero) e andiamo verso il paddock. Mi tremano le gambe, e neanche poco. Arrivo, saluto la squadra, mi presento a chi non conosco e prometto di rompere il meno possibile mentre lavorano al box. Nel frattempo mi lancio alla scoperta della pista: dov’è il box, dov’è la sala stampa, come si fa ad arrivarci partendo dal box. Per farlo devo uscire dal garage, in cui sono andato a curiosare. Uscendo mi blocco: quello là è Stoffel Vandoorne! Ma robe da matti. Vedo che si avvicina a uno e ci scherza. Mi viene un infarto. Stéphane Sarrazin. Mariaverginemaria.

La sala stampa: immensa, con mille e passa posti a sedere, un centinaio fronte pista, cinque angoli per televisioni e radio in diretta 24 ore filate, prese e cavi dappertutto. Riscendo al box e decido di piangere: lo attraverso, accarezzo la Dallara P217 da me medesimo ribattezzata (per la tribuna di Treviso) “di Marca” ed esco.

La Toyota n°8 di Alonso-Nakajima-Buemi in pit lane

Sono nella pit lane della gara più famosa al mondo. È per questo che piango, di nascosto perché mi vergogno anche un pelo. La prima foto è alla Toyota numero 8, quella che vincerà la corsa. La seconda alla curva Dunlop, che si vede laggiù in fondo, la terza alle Esse Ford con la scritta inconfondibile: “Le Mans”. Diventa subito l’immagine di copertina su Facebook.

Non c’è più tanto tempo. Bisogna che torni al box perché la prossima destinazione è l’Hotel Levasseur (non lo trovate più: è chiuso per una trasformazione radicale decisa da non so quale emiro, il nuovo proprietario), dove dorme la squadra e dove dormirò anch’io. Dopo un brivido dato dalla receptionist che non trova il nome (mi vedevo già a dormire sotto un qualche ponte: pessimismo never ends), salgo in camera. Piccolina, ma in quel momento mi pare la più bella del mondo. Metto giù le valigie e ridiscendo subito i tre piani di scale. A 500 metri da lì stanno facendo le verifiche. Ah, pardon: le pesage.

 

Niccolò Budoia

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