Le Mans tra frighi e gatti

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Le Mans tre frighi e gatti

 

Se Parigi val bene una messa…Le Mans val bene il bancone. Di un amico gatto…

 

La prima colazione francese inizia alle 8.35 di lunedì 10 giugno 2019. Per lo meno, quella è l’ora in cui fotografo la brioches al cioccolato che ho iniziato a mangiare. Come food blogger c’è ancora molto da studiare, ma almeno quella foto resta privata. La partenza è poco dopo: tutti insieme sul furgoncino Cetilar Villorba Corse, pass al collo e zaino in mano. Nello zaino ho il computer, la macchina fotografica (usata pochissimo, mannaggia: quasi solo iPhone) e il quadernetto degli appunti. Passo un po’ di tempo al box, il minimo indispensabile per piazzare i macarons comprati il giorno prima in autostrada. La mossa provoca più di qualche risatina, e c’hanno ragione: quello è un box, mica un bar. Sono caritatevoli, e non me lo dicono.

Mi faccio un giro lunghissimo: pit lane, zona hospitality, paddock, e poi su nella zona pubblico. Bellissimo, veramente. Le Mans è tutta vuota, silenziosa ma operativa. Lo testimoniano i rumori della pit lane, con le prove del cambio gomme e i motori che si accendono e si spengono. Mi dicono che ancora sono tutti tranquilli: sarà… Vado in sala stampa, di nuovo: non si è spostata, molto bene. Apprezzo ancora il suo sterminato splendore. Poi un po’ mi annoio, ma solo perché difetto in fantasia.

Le Mans by night

Dopo pranzo (durante il quale emergono i racconti incredibili delle due settimane passate a Le Mans dai meccanici che dopo aver fatto i test collettivi si sono messi a fare di tutto, anche a riparare il frigorifero), giro bis in pit lane. Una parte dei team caricavano le vetture e le portavano in centro a Le Mans per le verifiche, un’altra parte restava chiusa al box. Resto affascinato dalla Ford GT: a vederla da distante non sembra, ma da vicino ha curve straordinarie. Ma si gira pagina. Era il momento del Museo.

A un chilometro dai box, sappiatelo, c’è un edificio che dovete visitare se andare a vedere la corsa. Nel Museo ci sono tutte le macchine più belle e tutte le più iconiche. Tutte. Dalle primissime vetture prodotte (roba del 1889, mica scherzi) fino alle Audi R8. Rimango affascinato da due vetture in particolare: la Porsche 917 LH del 1971 (Elford-Larrousse) e la Matra-Simca 670 del 1973 (Pescarolo-Larrousse). Soprattutto l’ultima mi impressiona: guardandola si respirava il pericolo e il fascino, tutto insieme. Il cambio a H, che obbligava il pilota a un movimento reso quasi innaturale dagli spazi strettissimi, è una cosa a cui non si può credere. Mi si avvicina Giorgio Sernagiotto, che insieme ad Andrea Belicchi e Roberto Lacorte sta visitando il museo per fare anche un video di avvicinamento: <Pazzesco eh…>, mi dice. Ci siamo capiti.

Il “gatto” di Le Mans

Dopo molto lavoro (quello dei meccanici, mica il mio) si cena in circuito e si rientra. Ancora non lo so, ma quella sarà l’ultima giornata di apparente calma. Prima di dormire, con un gruppetto di meccanici andiamo a bere qualcosa fuori dall’albergo. Alle 21.48 il sole si sta abbassando sul boulevard che taglia Place de la Republique: scatto una foto meravigliosa, me lo dico da solo. Nel bar dove andiamo, i meccanici se la raccontano e io me la rido ad ascoltarli. Clima spettacolare, motivo per il quale almeno un giro lo pago io: in quei giorni di stasi sto bighellonando molto nel box, rischiando di rallentare il lavoro di meccanici e ingegneri. Sono dei santi, quindi non mi tirano dietro le chiavi inglesi. E io, neanche a dirlo, cerco di stare più defilato possibile. Vado a pagare, insomma, e, prima che arrivi il titolare, sul bancone ci sale un gatto. Resto interdetto. Poi, neanche a dirlo, fotografo.

 

Niccolò Budoia

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