Le domande al vento

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Ma lo si può davvero chiamare Mondiale, quello di quest’anno? E lo si potrà chiamare ancora così, negli anni a venire?

La domanda sembra quella di un vecchio trombone, e infatti me l’ha suggerita Lorenzo Tinozzi. Però non è scema. Parte da una lettura, quella dell’intervista che DirtFish ha fatto a Yves Matton, direttore della commissione rally in seno alla Fia. Parlando dell’ipotesi dell’Aci Rally Monza, ha detto l’indicibile: “Sin dall’inizio, sto spingendo nel dire che un evento misto (in parte in circuito, in parte su strada, ndr) possa essere qualcosa di nuovo e interessante”. A una risibile condizione: non ci siano balle di paglia e chicane. Insomma, per la Fia è stupendo far correre le Wrc Plus fra Curva Grande e Prima Variante, ma anche fra l’Eau Rouge-Radillon o le Becketts. Bah. Anzi: robe da matti.

Lo snaturamento dello sport raggiungerebbe punti di non ritorno, con gare vere da 100 chilometri e altri 200 in pista. Qualcosa non solo di inimmaginabile, ma anche di pericoloso. Come fare a spiegare a chi non sa niente di rally che la pista non c’entra, se invece c’entra eccome? Come fare a spiegare che le Plus vanno fortissimo, se comparando i tempi viene fuori che prendono quasi un minuto a Monza dalle Formula 1? Ma soprattutto, quale sarebbe la differenza fra rally e pista? Quanto resterà da vivere e far emozionare alle gare su strada? Domande destinate a non avere risposta, nonostante i tanti che oggi hanno responsabilità federali ad aver avuto una lunga e talvolta brillante carriera nei rally, quelli bellissimi e crudeli degli anni Settanta e Ottanta. Su tutti, el paron: Jean Todt.

E di quest’anno, che dire? Nulla, che è meglio. La pandemia è scoppiata seriamente verso marzo, mentre i piloti del Mondiale correvano in Messico. Prima la Svezia aveva tirato fuori una gara improponibile e censurabile. Poi la pandemia. Da marzo, ci sono voluti sei mesi per tornare a correre. La Formula 1 ce ne ha messi quattro, il Mondiale endurance cinque. È stata aggiunta l’Estonia, mentre tutt’attorno saltavano Argentina, Portogallo, Kenya, Finlandia (scandalo!), Nuova Zelanda. Poi Galles, Germania, Giappone. È stata aggiunta Ypres, saltata la scorsa settimana. Il Mondiale, che molti assicurano già terminato in Sardegna, forse finirà a Monza. In pista. Robe da matti.

Le domande, anche qui, sono molte. Cosa aspettava la Fia a trovare nuove gare? Cosa aspettava il Promoter a sondare il terreno con l’Europeo, per cercare di salvare capra e cavoli purché sia? Cosa aspettava a sondare le federazioni perché tirassero fuori gare, tante gare, disperatamente gare? Non c’è stato rispetto per nessuno, quest’anno. Per team e piloti, anzitutto: chi si potrà vantare di un Mondiale vinto su sei o sette gare, quanti sberleffi dovrà subire Evans se lo dovesse portare a casa?

Di qui a fine anno resterebbero il Rally d’Ungheria, lo storico Olympus Rally e il Rally delle Canarie. Impossibile ormai farci correre il Mondiale. Ma qualcuno dovrà pur dire perché non ci si è nemmeno provato.

 

 

Niccolò Budoia

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