la Svizzera di Taruffi

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La Svizzera

di

Taruffi

 

Gran Premio di Svizzera.

Ciccio, (Alberto Ascari) non c’era.

Era partito. Per una di quelle sue imprese, per certi versi sconsiderate. Indianapolis. L’America e il sogno di correre la 500 Miglia, magari pensando addirittura di vincerla. Il Drake abbozzava e concedeva. A quel figlio acquisito  nel mondo delle corse, che tanto gli ricordava il padre, Antonio prematuramente scomparso, insieme a cui aveva  corso.

Tutte cose che con Taruffi non avevano nulla a che vedere. Un ingegnere futurista per cui le corse erano un preciso strumento di velocità. La sperimentazione del progresso umano nello spasimo sportivo.

Un calcolo razionale oltre i limiti di un talento creativo che superava la semplice guida di un mezzo da corsa per crearlo. L’emozione di un dettaglio tra auto e moto, allo stesso identico modo. Il sogno attento dell’uomo concretizzatosi nelle corse di domani. Sempre più veloci ed esigenti.

Un volpe futurista Taruffi. Una Volpe Argentata.

In lui Marinetti avrebbe trovato la piena applicazione della propria sistematica poetica.

Istinto e ragione.

Il solito dilemma oltre quella piena maturità di conducente per uomini solitari, come al tempo solo un pilota da corsa poteva essere.

Mica male progettare moto, auto da corsa per lanciarle lungo le strade infinite del progresso umano, vincendo pure tanto. Ciccio quel giorno sul circuito di Bremgarten non c’era. Piero prende in mano la 500 F2, quella macchina che avrebbe reso Ascari campione del mondo e la porta quasi con noncuranza alla vittoria. Senza eccedere oltre il limiti meccanici del proprio mezzo. Vittoria e giro più veloce. Il primo ottenuto dalla Ferrari nel mondo dei Gran Premi.

Mentre Alberto a Indianapolis rimedia una magra figura in quel 18 maggio 1952, Piero vince il suo primo e unico Gran Premio, con una macchina che Alberto dopo nove vittorie avrebbe reso semplicemente imbattibile.

Il pilota futurista.

Oltre la semplice vittoria.

Quel giorno, nel Gran Premio di Svizzera.

 

 

La Svizzera

di

Taruffi

 

Gran Premio di Svizzera.

Ciccio, (Alberto Ascari) non c’era.

Era partito. Per una di quelle sue imprese, per certi versi sconsiderate. Indianapolis. L’America e il sogno di correre la 500 Miglia, magari pensando addirittura di vincerla. Il Drake abbozzava e concedeva. A quel figlio acquisito  nel mondo delle corse, che tanto gli ricordava il padre, Antonio prematuramente scomparso, insieme a cui aveva  corso.

Tutte cose che con Taruffi non avevano nulla a che vedere. Un ingegnere futurista per cui le corse erano un preciso strumento di velocità. La sperimentazione del progresso umano nello spasimo sportivo.

Un calcolo razionale oltre i limiti di un talento creativo che superava la semplice guida di un mezzo da corsa per crearlo. L’emozione di un dettaglio tra auto e moto, allo stesso identico modo. Il sogno attento dell’uomo concretizzatosi nelle corse di domani. Sempre più veloci ed esigenti.

Un volpe futurista Taruffi. Una Volpe Argentata.

In lui Marinetti avrebbe trovato la piena applicazione della propria sistematica poetica.

Istinto e ragione.

Il solito dilemma oltre quella piena maturità di conducente per uomini solitari, come al tempo solo un pilota da corsa poteva essere.

Mica male progettare moto, auto da corsa per lanciarle lungo le strade infinite del progresso umano, vincendo pure tanto. Ciccio quel giorno sul circuito di Bremgarten non c’era. Piero prende in mano la 500 F2, quella macchina che avrebbe reso Ascari campione del mondo e la porta quasi con noncuranza alla vittoria. Senza eccedere oltre il limiti meccanici del proprio mezzo. Vittoria e giro più veloce. Il primo ottenuto dalla Ferrari nel mondo dei Gran Premi.

Mentre Alberto a Indianapolis rimedia una magra figura in quel 18 maggio 1952, Piero vince il suo primo e unico Gran Premio, con una macchina che Alberto dopo nove vittorie avrebbe reso semplicemente imbattibile.

Il pilota futurista.

Oltre la semplice vittoria.

Quel giorno, nel Gran Premio di Svizzera.

 

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