La pioggia del Monte Fuji

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LA PIOGGIA

DEL

MONTE FUJI

 

Un giudice imparziale.

A giudicare gli uomini con asettica neutralità.

Acqua dal cielo. Un fiume sull’asfalto.

Poco altro quel 24 ottobre contava, per quella pioggia battente che rendeva ogni colore del mondo più acceso e vivo. Lauda e il suo volto bruciato. Hunt e quell’amichevole ghigno da uomo di mondo. Un’altra gonnella e una birra. Poco altro conta quel giorno, come il coraggio di restare in pista tra i rivoli di un fiume improvvisato alle pendici di un vulcano.

La pioggia giudica l’operato degli uomini. Piloti da corsa. Semplici conducenti di un sogno iridato.

“ U s’è caghè adoss.”

Bisbiglia un meccanico al box Ferrari. Non per tutta la merda che Lauda dovrà affrontare nei mesi successivi.  Meyer al box mostra ad Hunt le tre dita del terzo posto. Hunt è devastato dalla rabbia, pensa di essere giunto quarto e aver perso il mondiale per un punto. Tre dita. Sufficienti a farne scoppiare la gioia repressa lungo tutta una carriera.

Non è questione di bravura.

Solo di avere avuto un immenso coraggio, tra quelle piscine lungo l’asfalto giapponese del Fuji.

“Niki cosa speri?”

“Spero di vincere.”

“Beh…speralo.”

Furia invece deve esprime al proprio pilota un coraggio diverso. Il richiamo alla dura realtà di chi sta perdendo e non si rassegna.

In nome di un’intera squadra.

Gocce incessanti continuano a cadere insistentemente dal cielo.

Per quanta audacia possa aver giudicato, imperterrita ha continuato a cadere.

Fino all’ultimo giro, di un Gran Premio voluto dagli uomini e giudicato dal cielo.

Per quel suo elemento così puro e vivo, dentro a tutte quelle emozioni.

Da uomini solitari.

E veri esseri umani.

Sotto la pioggia del Monte Fuji

 

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