La Monza di Gasly

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La Monza di Gasly

 

 

Chissà mi dico sempre. Chissà in quale mare delle coincidenze la nostra storia venga decisa per noi, o almeno, supponiamo ciò accada. In modo del tutto naturale tra le infinite onde delle possibili probabilità.

Deve averlo pensato anche Pierre Gasly, esattamente un anno fa sedendosi sul podio del vincitore a Monza. Bottiglia Magnum di champagne stretta con la mano e una fronte che non vuol smettere di pensare, a quel tanto in grado di cambiarlo in così poco tempo in un istante davvero eterno.

Pensieri. Che vengono ad affastellarsi nella sua mente come un improvviso maremoto. Uno tsunami emotivo di proporzioni mastodontiche, in cui l’unico momento che riesce ad avere per sé una volta sceso dalla macchina da vincitore del Gran Premio d’Italia sono i tre secondi secchi che ha per telefonare a sua madre.

“Ciao mamma ho vinto.”

Nient’altro.

Gasly e quelle date che si rincorrono dentro un circuito a porte chiuse. 12 anni prima l’unica vittoria della Toro Rosso proprio a Monza per mano di Vettel. Due dozzine per ricordare che un francese non vince un Gran Premio di Formula 1 dal ’96 a Montecarlo, da quando Olivier Panis è un superstite vincente di un‘edizione della gara monegasca che vede tagliare il traguardo a soli tre piloti. Come la famiglia Williams che proprio a Monza annuncia di lasciare la Formula 1, 43 anni dopo quella March 761 guidata da Patrick Néve. Date. Che vanno a rincorrersi, quando per Pierre ve n’è una soltanto che conti veramente. Da un anno il suo amico Antoine Hubert non c’è più. Scomparso a Spa  durante “le feature race” di Formula 2 al sabato, per un fine settimana della serie cadetta concomitante col Gran Premio di Formula 1 sulle Ardenne.

Atterrito Gasly da spettatore impotente assiste a tutto.

Dolore, rabbia.

Sentimenti.

Per una certa mancata riconoscenza.

Alla vigilia di quel luttuoso appuntamento belga aveva saputo dal Dottor Marko  che sarebbe dovuto tornare in Alpha Thauri al posto di Albon.

Retrocesso.

Reputato non idoneo in Red Bull al fianco di Verstappen, per esserne il compagno di squadra. Momenti, in cui Pierre avrebbe solo voglia di smettere di correre per sparire. Una sensazione che prova intensamente sulla propria pelle. Le budella si contorcono. Il senso delle azioni intraprese svanisce, senza lasciare traccia alcuna in sé, se non un vuoto incolmabile da poter inequivocabilmente percepire.

Una resa, che vale solo per chi in vita sua non sia mai stato capace di vincere.

Nemmeno una volta.

Tre secondi per sua madre.

Ora quella sua solitudine sul circuito di Monza  non era più tale, nonostante dal podio su cui si trovasse non vedesse nient’altro che  tribune deserte.

Abbracciava quella bottiglia per abbracciare per sempre il suo amico Hubert, insieme a quella gioia triste che continuava a pervadergli l’anima, in modo doloroso ma inebriante al tempo stesso.

Un cavaliere del rischio normanno aveva vinto.

Pierre Gasly da Rouen.

Oltre, quelle stesse nobili paure.

Concesse al proprio nome.

Da una vittoria a Monza.

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