La Le Mans del ’49 (Luigi Chinetti e Peter Selsdon)

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La Le Mans del ’49

(Luigi Chinetti e Peter Selsdon)

 

 

Vincere a Le Mans.

Per la neonata Auto Costruzioni Ferrari sarebbe qualcosa in più di una semplice impresa, in quell’anno della speranza da corsa datato 1949.

L’epopea Ferrari sulla Sarthe e il mito del Cavallino nel mondo nacquero per mano di un nobile e semisconosciuto inglese, cui il neonato marchio di Maranello affidò nel ‘49 in veste del tutto privata una delle sue 166 MM. Quello stesso esemplare di barchetta Rossa che aveva appena trionfato alla Mille Miglia per mano di Clemente Biondetti.

A Sir Patrick William Malcolm Mitchell-Thompson, “Lord”, nonché secondo barone di Selsdon (Peter per gli amici), bastarono 72 minuti (dalle 4.26 alle 5.38 del mattino) alla guida di quella sua Ferrari appena acquistata dal Commendatore per decretarne a pieno diritto l’ingresso nella storia delle corse e di  Le Mans. Al resto pensò Chinetti, da pilota esperto e consumato. Guidando per le rimanenti ventidue ore e quarantotto minuti.

Gran bella bestia del volante Luigi.

Varesino, nato a Jerago con Orago. Finito a un certo punto della sua vita con l’essere cittadino americano, come si trattasse di un personaggio uscito da un romanzo di Borges. Fidatissimo uomo del patriarca di Maranello e al tempo stesso, caliente come un pilota latino e cinicamente pragmatico come un conduttore anglosassone. Quando in Italia nel ’40 scoppia la guerra, Chinetti  è negli States come team manager della squadra di Madame Schell, intenzionata a partecipare alla 500 Miglia d’Indianapolis. Resta in America, evitando le angosce di un conflitto solo all’inizio delle sue profonde miserie, costruendo dal nulla quella reputazione che lo avrebbe portato a essere per tutta la vita l’uomo di Ferrari in Nord America.

Una 24 Ore di Le Mans. La prima, corsa a guerra finita.

Un’occasione irripetibile. Visionaria visione. Luigi intravede per sé e Ferrari un futuro migliore. Pubblicità. L’anima del commercio. Farsi carico di quell’impresa rendendola vincente sarebbe un eccezionale moltiplicatore di opportunità per entrambi. Otto meccanici e due piloti al seguito. Lui e Peter. Ferrari vorrebbe ma non ha i fondi necessari a finanziar l’impresa. Ci pensa Selsdon appunto, acquistando una delle barchette 166 in questione prodotte a Maranello.

Per la coppia italo inglese sarà vittoria. Chinetti, da primo italiano vincente a La Mans nel ’32, diviene così anche il primo uomo capace di ottenervi tre successi (’32-’34-’49).

Mai visto prima.

La porta della notorietà mondiale si era appena schiusa davanti agli occhi di re Enzo, insieme a quelle vetture Rosse capaci di sovvertire per sempre il senso stesso delle corse.

Strano a dirsi.

Una vita passata a confrontarsi coi “garagisti” d’oltremanica, (come era solito definire il Drake i costruttori inglesi di vetture da corsa), e dover essere in fondo grato ad un nobiluomo inglese per aver portato alla vittoria e alla fama internazionale (se non altro da proprietario) le proprie vetture nel mondo…

I casi della vita, o forse soltanto la sottile ironia del destino, a voler sottolineare come per quante barriere si cerchi di porre fra noi e i nostri avversari si finisca col doverne riconoscere rispettosamente l’importanza. Parte di quell’unicum in grado di racchiudere vincitori e vinti in un unico elemento, tanto nel mondo delle competizioni, quanto nella vita di tutti i giorni.

Non si può fare a meno di pensarlo rammentando un Lord vincente a Le Mans, come per Luigi nel ’65 varrà l’ultima vittoria della Ferrari nella classifica assoluta, da team manager e proprietario delle propria squadra corse (La NART). L’inno statunitense risuona nell’aria, quasi a farsi beffe dell’ennesima sconfitta patita dalla sconfinata armata Ford, uscita nuovamente battuta nel suo estenuante confronto col Cavallino in terra di Francia.

Storie così.

Storie uniche.

Come fu per Chinetti e quei 72 minuti di Lord Peter Selsdon.

Nella Le Mans del ’49.

 

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