La “gita” di Jacky, “l’Inferno Verde” di Jackie

HEADER-TITOLO-BLOG-senza-foto

La “gita” di Jacky,

“l’Inferno Verde di Jackie”

 

 

 

Nordschleife.

Anello di Nürburg.

Con tutte le maiuscole del caso. Quando tutte, servono a definire un circuito non solamente leggendario, ma più propriamente e unicamente epico.

Nürburgring.

Solo il nome dovrebbe bastare a suscitare nel pilota di turno il necessario timore reverenziale, di fronte a un autodromo che non fa sconti a chicchessia, nemmeno piallando i dossi o tagliando qualche pianta a bordo pista, a rendere meno impossibile la successiva traiettoria per una curva che da queste parti una volta su tre può essere solamente cieca.

Jackie la vedeva così. Vomitava dalla paura e correva. Cecchino dislessico dal culo più sensibile degli altri. Una chiave inglese come kit di sopravvivenza in abitacolo in caso d’incidente e, sapere di essere il più bravo a correre.

Attenzione.

Il più bravo.

Non il più veloce. E per Jackie c’era quella continua avversione per il verde. Il verde degli alberi e delle piante che arrivavano sempre troppo velocemente quando usciva di pista e gli facevano avere una paura fottuta ogni volta che gli succedeva di uscire vivo dai rottami contorti delle sue vetture. A dire il vero, quelle volte (fortunatamente ) erano poche. Ma succedeva. E quando succedeva aveva imparato a far tesoro di quelle violente esperienze, cercando dove possibile di non lasciare nulla al caso pur di sopravvivere a incidenti così cruenti.

Odiava il verde, tanto a SPA quanto al Nürburgring, “l’Inferno Verde” appunto, com’ebbe a coniare con una sua mirabile espressione il circuito tedesco. E più odiava più correva veloce, su quell’anello tedesco per Nibelunghi del cielo. Nessuno osava toccare le sue vette tranne un altro Jacky, belga e scavezzacollo, la cui ragione di vita era dare un senso alla sua innata velocità, a scapito ( più di una volta) di una messa punto della propria vettura non propriamente certosina.

Ma lui andava.

E se provavi a rincorrerlo era come cercare di stringere inutilmente un’anguilla tra le proprie mani.

In quel ’73, a Jacky pur di essere al Nürburgring  poteva bastare una tantum una macchina che nemmeno conosceva come la McLaren M23, lo stesso modello a disposizione in quella stagione per gli ufficiali Revson e Hulme. Ferrari lo ha lasciato libero un paio di gare. Vista la poca competitività della B3 il Commendatore in Germania con le sue vetture nemmeno si presenta, come ha già fatto in Olanda, senza dover essere indirettamente parte del dramma collettivo che coglie il paddock dopo l’atroce scomparsa di Williamson nell’assurdo rogo di Zandvoort. Poco più che una “gita”, per Jacky, tanto per sfogare irriverentemente il piede sull’acceleratore. Senza sapere nemmeno lui come fosse in grado di compiere razionalmente tutto ciò.

Nei fatti, per Jackie e Jacky sarà l’ultimo podio insieme. Jackie vincitore, Jacky al terzo posto. Il primo come al solito vomiterà l’anima, ma nessuno riuscirà a tener testa a quella sua guida dannatamente scientifica a bordo della Tyrrell di Zio Ken.

L’altro come appunto dicevamo era in gita, prima che Ferrari lo richiamasse per un’ultima breve quaresima a Maranello, lasciando di lì a breve il Cavallino per sempre.

Così fa un certo effetto.

Vedere come a distanza di una anno, l’ultima vittoria della loro carriera in Formula 1 sia per Jackie Stewart che per Jackie Ickx, sia avvenuta proprio qui.

Sul circuito del Nürburgring.

Dopo una “gita” per correre e un ultimo successo sull’ “Inferno Verde”.

Dove le maiuscole in questo angolo di mondo, contano più di qualsiasi altra cosa.

Nel raccontare un circuito.

Unico al mondo.

 

logo sinfonia motore almanacco

logo sinfonia motore almanacco

RIPRODUZIONE VIETATA anche parziale senza il consenso scritto dell’autore
SinfoniaMotore – Tutti i diritti riservati. All rights reserved.