La barba di Henri “Pescà”

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La barba

di

Henri “Pescà”

 
 
 

Aprile del ’69.

Henri si trovava lì.

A Le Mans.

Solo. Solo, insieme a tutta la squadra Matra venuta in gran segreto in quest’angolo di Francia a collaudare la sua nuova vettura.

“Pescà” era appena rimasto vittima di un tradimento. Plateale. Punti in faccia, escoriazioni in ogni dove, insieme a quelle vertebre fratturate a minacciarne la paralisi e la fine. Della carriera e della vita. La sua Matra l’aveva tradito decollando come un aereo su l’Hunaudierès.  Tradito dalla nuova 640 e da quelle forme voluttuose che non la fanno nemmeno apparire come una vettura da corsa, ma più propriamente a un aereo senz’ali. Era nata dalla matita di Robert Choulet. Era stata pensata per correre a Le Mans ed essere la più veloce di tutte .

Anche di se stessa.

il DS Georges Martin e il progettista Choulet chiedono a Pescarolo di cominciare il test con cautela senza cercare immediatamente tempi di rilievo sensazionali. Devono trovare assetto e regolazioni. Poi si vedrà. Nei fatti dopo Tertre Rouge, la poesia di una quiete irreale accompagna il silenzioso decollo della 640. La vettura francese si stacca da terra. La purezza di un volo libero e il sibilo canoro del V12 Matra a riempire l’aria col suo canto meccanico. Un ululato dirompente. Piante divelte  a un metro e mezzo da terra e la macchina che atterra in una palla di fuoco in mezzo agli alberi nel bosco di Mulsanne.

Pescà è all’ospedale. Umano relitto di quell’improvviso e  scomposto volo di Icaro generato da una vettura nata  per correre e non per librarsi leggera nell’aria.

Dopo lunga convalescenza Henri esce d’ospedale e aspetta paziente. Trentacinque anni aspetta. Dal ’95 una volta ritrovati stampi e progetti, di anni ce ne vorranno altri 9 per costruire una copia fedele della 640, rastrellando in giro per la Francia ogni possibile artigiano  in possesso di quelle stesse tecniche costruttive utilizzate nel ’69 per realizzare la biposto in questione. Quando lo rimettono alla guida Henri non può decollare di nuovo.

Lo dicono i sensori montati all’anteriore. Lo dicono gli ingegneri al box.

Ma quella vettura ancora una volta è di altro avviso.

Pronti al decollo.

Nuovamente.

Henri torna ai box.

“Pas de problème.”

Nessun problema.

Smontate i freni anteriori e fate sfiorare il muso all’asfalto.

Gli ingegneri non vorrebbero assecondare una simile assurdità tecnica, ma Henry con quella sua barba che copre le cicatrici in volto di 35 anni prima dev’essere stato particolarmente convincente.

Tanto convincente…

Al punto che quando rientra ai box sorride felice. Ha distrutto i freni posteriori per raggiungere i 290 orari sullo stesso maledetto rettilineo del ’69:  l’interminabile Hunaudierès. I dischi posteriori sono in fiamme, ma lui è contento. Ha domato la 640. L’aereo con le ruote.

Ha avuto ragione lui sui computer, che non vedevano e non potevano vedere quel cuore blu nel suo piede pesante.

“Coeur bleu”.

Su casco verde ramarro.

Sarà Trentatrè volte pilota a Le Mans  più altre dieci da team manager e costruttore. Quattro vittorie di cui tre consecutive sulla fidata Matra negli anni ‘70, nel far felice Graham Hill con la sua “Triple Crown”.

Quelle cicatrici valgono i suoi successi a Le Mans e una vita intera da pilota.

Aveva finalmente domato la 640 sull’Hunaudierès.

“ Here comes the rain again”. Ma stavolta quella pioggia, anche solo spirituale, non lo mandò nuovamente all’ospedale.

Grazie Henri.

Grazie davvero.

Per quella tua barba.

Veloce e tagliente.

Ancora adesso, a 80 anni appena compiuti.

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