Il popolo che non c’è(dietro a Leclerc)

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Il popolo che non c’è

(dietro a Leclerc)

 

Sapete.

Raccontare storie, emozioni, è parte del mio lavoro. Anche (e spero soprattutto) di quelle  persone che non sono sotto i riflettori e non sanno di bollicine piene di vittoria. Coloro, come scrisse Manzoni nei “Promessi Sposi” da cui si dovrebbe raccogliere la vera storia, perché voce degli umili e delle persone per bene. Cose che raccontano di gente che ogni mattina si svegli con l’idea di assemblare la macchina più veloce del mondo. Un meccanico Ferrari. Non dev’essere stato facile esserlo nei giorni intercorsi tra Silverstone e Zeltweg. Sono uomini anch’essi. E non credo la loro dedizione sia figlia di continue congiure di palazzo.

Con lo stesso metro di giudizio riservato a Sainz dopo la vittoria di Silverstone, mi attendevo orde di tifosi ferraristi indignati per quella sorta di quinta colonna interna in grado di sabotare spudoratamente il motore Ferrari del pilota spagnolo. Invece. Invece nulla di tutto ciò è accaduto quando ancora non più tardi di sabato pomeriggio la cosa che più risaltasse agli occhi da parte di Carlitos, moderno reietto prevaricatore, fosse stato questo suo accapigliarsi ostinato da fervente rivoluzionario combattente nel cercare di sopravanzare il compagno di squadra. Un “Barbudos” senza barba. Ma con tanto fumo da far spavento anche a chi (legittimamente) la corsa il giorno dopo la stava vincendo, per se stesso e per conto del Cavallino.

 ” Finalmente ha vinto la Ferrari giusta e Carlos si merita il ritiro…”

Capita di sentire anche questo, in una domenica che dovrebbe avere ben altri toni. Vox populi, vox Dei. Dipende. Quale sia il Dio e quale il popolo. Che Carlitos non abbia la stessa velocità di Carletto può essere (concretamente) più di un semplice dato di fatto. Ma da questo (mi sia umilmente concesso)  fino a farlo passare per “golpista” usurpatore all’interno del box Ferrari, francamente ce ne passa, almeno per diverse ere geologiche.

Che la poetica del tifo abbia come per ogni cosa umana la sua liturgia è altrettanto comprensibile. Che sfoci perennemente nella logica del sospetto e della prepotenza, è decisamente altra poetica e senz’altro qualcosa di un po’ meno accettabile. Se non umanamente degradante.

Forse perché come disse De Gregori, faccio ancora parte di quell’Italia che non muore.

Sotto il peso dei giornali e del cemento.

Senza avere paura di credere ancora in principi, che considerino il lavoro degli uomini un valore. E non il tentativo maldestro di prevaricare il prossimo e in questo caso il collega del box accanto.

Credo Carletto, meriti altro. Gente diversa, da quella che ogni domenica ne esalti il suo talento.

Perché narrare la storia, quella vera, rimane mestiere di pochi e talento di pochissimi.

Anche per quel popolo che non c’è, dietro alla Rossa di Leclerc.

Per una Ferrari che sarà sempre e soltanto una.

 

E una sola.

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