Il grande cuore di Attilio

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Il Grande Cuore di Attilio

 

Il talento, quand’è puro, sboccia sempre. E solo quel talento lì consente di fare sesto assoluto con una Fiat Ritmo 75 gruppo 2 al Montecarlo 1980, portando in dote i primi 6 punti iridati di una carriera che, a quel punto, non poteva che essere meravigliosa. Quella notte aveva vinto l’ultima scalata al Turini, nonostante la pressione di Darniche con la Stratos che voleva recuperare sulla 131 di Rohrl. Era secondo assoluto, quella notte: non fosse stato per il motore, le gomme e la guarnizione di testa della Ritmo… Chissenefrega del fatto che Eklund con la Golf ufficiale gli avesse sottratto il gruppo: quel talento era quello che riuscivano a esprimere mani, piedi e cervello di Attilio Bettega, un altro dei grandi strappati al dio delle corse proprio di maggio.

Che fosse bravo, quel trentino mingherlino e ossuto, lo si sapeva da qualche anno. Nel 1977, dopo essersi fatto notare con piazzamenti follemente meravigliosi al San Martino, corre il trofeo A112. Vabbè, “corre” è un modo di dire. Bettega ci vola sopra, vince in maniera quasi imbarazzante cinque delle dieci gare del campionato (Sicilia, San Giacomo, 4 Regioni, Campagnolo e Sanremo), fa secondo al Valli Piacentine, quarto all’Elba e quinto al San Martino. Lo vince e la Lancia gli regala una corsa con la Stratos, quel Valle d’Aosta che da sempre chiude il CIR: è secondo assoluto dietro a un altro che andava forte, Sandro Munari. In quel momento si fa ancora più suggestiva la previsione di Mario Mannucci, che tre anni dopo alla fine del Monte 1980 avrebbe detto chiaro e tondo: “Non so se c’è in giro da noi il nuovo Munari, ma di sicuro quello che è più vicino a raccogliere l’eredità lasciata dal Drago è Bettega”.

Quella nel Trofeo A112 resta l’unica vittoria vera e propria di Bettega. Non ce ne sarebbero state altre, davvero. Ma allora perché a 35 anni di distanza il suo sorriso timido ci scalda ancora il cuore? Perché Bettega non fu un pilota. Fu forse il più grande italiano di quegli anni. E non si sta parlando delle mere abilità di guida, tutt’altro.

Guido Rancati, il giornalista-guru del rallismo italiano, era suo amico. Nel libro “Attilio Bettega. L’uomo, il campione”, curato proprio da lui, lo descrive come al solito: alla grande. Racconta di quando si dispiacque per il ritiro al Safari 1985 di Bruno Saby, che in quel momento non passava un periodo super. O del profondo rimorso perché un suo errore di guida al Costa Smeralda 1984 aveva causato la rottura di tre costole del suo navigatore, “Icio” Perissinot.

Ma più degli aneddoti conta la lunga serie di decisioni che Bettega prese nella sua carriera. Quella di ammettere sempre gli errori, anzitutto, spiegando anche l’errore. Rifiutando le mezze scuse dimostrava anche di sapere quello che stava facendo, come solo i grandi possono fare. Aveva una sensibilità rara, l’uomo che nel 1983 aveva dato un contributo decisivo alla vittoria del Mondiale Costruttori per la Lancia, l’ultima ottenuta da una trazione non integrale: quarto in Corsica (quattro Lancia Rally 037 nei primi quattro, cappotto totale per Audi), quinto all’Acropoli, terzo in Nuova Zelanda e a Sanremo. Non sono i primi podi mondiali, arrivati già nel 1981 con la Fiat 131 all’Acropoli. Ma forse sono i momenti più belli, questo sì: dopo il botto del 1982 in Corsica (il risultato fu di diversi mesi steso a letto), il trentino di Molveno si sta affermando davvero come un campione meraviglioso.

Nel 1984 è quinto nel Mondiale, secondo fra le Lancia dietro al solo Markku Alen. Eppure, l’anno successivo arriva una doccia gelata. La squadra gli chiede di correre l’Europeo. Ora: quello era un signor Europeo: lo vincerà Cerrato, secondo Tabaton davanti a Servià, Pregliasco, Zanussi e Biasion. Ma non è il Mondiale, dove tutti i piloti di tutte le epoche vogliono correre. Vogliono farcela, vogliono dimostrare. E Bettega aveva dimostrato parecchio: non poteva essere l’anno buono, visto che Lancia avrebbe corso ancora con la 037, unica posteriore rimasta nel lotto dei migliori. Ma la retrocessione a Bettega pesa. Ci pensa e ci ripensa, poi accetta. E non vuole lasciare nulla al caso. Vuole vincere: “Devo darmi una mossa, ho vinto solo il Trofeo A112”, dice scherzando con l’amico Rancati.

Si maledice per aver staccato la posteriore destra in Costa Brava nella prima prova: aveva montato le dure e in quella prova le prime quattro curve erano tutte mancine. Non se ne era accorto a dovere e nella quinta curva, la prima a destra, la 037 era partita per la tangente. Al Safari, dove arriva per la prima volta calcando di nuovo il Mondiale, rompe il motore. Al Costa Smeralda, valido per l’Europeo, è secondo dopo una grande lotta con Cerrato, anche lui sulla 037. E poi, la Corsica.

Prova speciale numero 4, Zerubia-Santa Giulia. Come si corre una prova così, con quali gomme si aggrediscono quelle strade? Ne parla con i meccanici all’ultima assistenza. Parte con le gomme tenute ben calde dalle termocoperte, ma un ritardo alla partenza le fa diventare ghiacce. Hai voglia, a scaldarle. È quello che lo tradisce.

Quella prova si porta via il pilota, ma non l’uomo. Quel piccolo trentino a cui il tetto della 037 arrivava appena sotto le ascelle si è rivelato un gigante per l’affetto che gli ha sempre dimostrato la gente, tanto da lasciare ogni volta stupito il figlio Alessandro che in quel 1985 aveva quattro anni. Quando parli assieme ad Alessandro, l’effetto è di farti tremare le gambe ogni volta. In lui riconosci gli occhi timidi e il cuore buono che era stato del papà. Un piccolo grande uomo che mai e poi mai potrà essere dimenticato.

 

 

Niccolò Budoia

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