Il destino di Tony Brise

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Il destino

di

Tony Brise

 

 

Predestinato.

Oggi, un’espressione altamente utilizzata nel definire chi sia preventivamente prossimo ad assurgere alle attenzioni della cronaca sportiva per ridefinire i canoni estetici della disciplina. Anzi. Oltre quegli stessi valori esistenti per riscriverli di sana pianta.

Una sorte vincente.

A detta di tutti.

Bastarono poche gare per capire di quale stoffa fosse in possesso Tony Brise. Nessuno pensò di definirlo come avrebbero fatto oggi. Non c’era tempo per titoli  posticci. Ma per riconoscere il talento in una Formula 1 molto più squattrinata di quella attuale,sì.

Un teorema basato su di una facile ipotesi per una dimostrazione altrettanto immediata. Se qualcuno riusciva ad andare forte con una vettura da ultime file era certamente un talento.

Inizialmente la calotta arancione del proprio casco sembrava essere l’unico modo per farsi notare in pista. In F3 compie sfracelli ma non ha soldi per correre in Formula 2. Come una cambiale in scadenza.  Pace. Succedeva anche allora di vedere gente meno dotata proseguire in carriera. Ma quando lo si vedeva correre si finiva col chiedersi da quale pianeta provenisse. Come successe in America a Parnelli e Andretti dopo una gara di F 5000 disputatasi a Long Beach.

Un gigante dissacrante. Nient’affatto gentile della velocità. Un pilota che ravvisava nel circuito del Nürburgring un dono di Dio e nel suo piede destro la chiave per domarlo.

Il mito di Senna non aveva ancora conosciuto la luce del mondo. Brise ne era a tutti gli effetti il proto pilota. Velocissimo in qualifica spavaldo sul bagnato, tanto che a Zandvoort portò a più miti consigli un ruvido compagno di squadra come il futuro campione del mondo Alan Jones, doppiandolo dopo appena una ventina di giri.

Era il 1975.

Brise guidava una Hill.

Dieci gare bastarono a definirne il talento.

Un predestinato senza un destino.

Da poter essere pienamente vissuto.

 

Il destino

di

Tony Brise

 

 

Predestinato.

Oggi, un’espressione altamente utilizzata nel definire chi sia preventivamente prossimo ad assurgere alle attenzioni della cronaca sportiva per ridefinire i canoni estetici della disciplina. Anzi. Oltre quegli stessi valori esistenti per riscriverli di sana pianta.

Una sorte vincente.

A detta di tutti.

Bastarono poche gare per capire di quale stoffa fosse in possesso Tony Brise. Nessuno pensò di definirlo come avrebbero fatto oggi. Non c’era tempo per titoli  posticci. Ma per riconoscere il talento in una Formula 1 molto più squattrinata di quella attuale,sì.

Un teorema basato su di una facile ipotesi per una dimostrazione altrettanto immediata. Se qualcuno riusciva ad andare forte con una vettura da ultime file era certamente un talento.

Inizialmente la calotta arancione del proprio casco sembrava essere l’unico modo per farsi notare in pista. In F3 compie sfracelli ma non ha soldi per correre in Formula 2. Come una cambiale in scadenza.  Pace. Succedeva anche allora di vedere gente meno dotata proseguire in carriera. Ma quando lo si vedeva correre si finiva col chiedersi da quale pianeta provenisse. Come successe in America a Parnelli e Andretti dopo una gara di F 5000 disputatasi a Long Beach.

Un gigante dissacrante. Nient’affatto gentile della velocità. Un pilota che ravvisava nel circuito del Nürburgring un dono di Dio e nel suo piede destro la chiave per domarlo.

Il mito di Senna non aveva ancora conosciuto la luce del mondo. Brise ne era a tutti gli effetti il proto pilota. Velocissimo in qualifica spavaldo sul bagnato, tanto che a Zandvoort portò a più miti consigli un ruvido compagno di squadra come il futuro campione del mondo Alan Jones, doppiandolo dopo appena una ventina di giri.

Era il 1975.

Brise guidava una Hill.

Dieci gare bastarono a definirne il talento.

Un predestinato senza un destino.

Da poter essere pienamente vissuto.

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