Ich bin (io sono) Hermann Lang

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Ich bin (io sono) Hermann Lang

 

 

Quattordici anni.

Il padre muore.

In una famiglia di soli operai equivale a una pugnalata mortale. Qualcosa che non dà scampo per il futuro quando in ballo vi è una sola parola in grado di raccontare la propria condizione esistenziale in un attimo.

Sopravvivenza.

Tanti mestieri accompagneranno la vita di Hermann Lang. Muratore, meccanico, cuoco. Fin quando da uomo addetto ai motori  Mercedes finire all’interno dell’abitacolo delle vetture di Stoccarda il passo è breve, se sai tenere un volante in mano e andare veloce.

Tanto veloce.

Alfred Nebauer ,direttore sportivo della casa di Stoccarda gli concede una chance e il buon Hermann se la gioca tutta. Diventa pilota. Agli antipodi con Caracciola, nobile junker. Diversi in tutto e per questo si detestano, più o meno amabilmente. A dire il vero Lang detesta anche i nazisti di cui suo malgrado diventa uno dei simboli dell’epoca. Perché Herr Hermann con la W125 negli anni ’30 vince, implacabile come un’armata cui solo la guerra pone il veto ai suoi successi. Ci sarà tempo per tornarci al successo. Più avanti negli anni ’50 a 43 anni, quando Le Mans sta diventando la gara più importante al mondo.

Quell’edizione del ‘52 doveva vincerla Levegh, in testa con quattro giri di vantaggio sulla W194 di Lang e Riess. Ha guidato la sua Talbot ininterrottamente per 23 ore ma il motore gli esplode in un fuori giri per un errore in scalata. Sarà per un’altra volta mentre Lang e la Mercedes ringraziano prima che la tragedia di “Bouillin” avvenga, qualche anno più tardi.

Ma questa non è più la storia di Hermann.

E di un operaio.

Che ha vinto Le Mans con la Mercedes 300 SL.

Sulle ali di un nuovo e argenteo.

Gabbiano meccanico.

 

Ich bin (io sono) Hermann Lang

 

 

Quattordici anni.

Il padre muore.

In una famiglia di soli operai equivale a una pugnalata mortale. Qualcosa che non dà scampo per il futuro quando in ballo vi è una sola parola in grado di raccontare la propria condizione esistenziale in un attimo.

Sopravvivenza.

Tanti mestieri accompagneranno la vita di Hermann Lang. Muratore, meccanico, cuoco. Fin quando da uomo addetto ai motori  Mercedes finire all’interno dell’abitacolo delle vetture di Stoccarda il passo è breve, se sai tenere un volante in mano e andare veloce.

Tanto veloce.

Alfred Nebauer ,direttore sportivo della casa di Stoccarda gli concede una chance e il buon Hermann se la gioca tutta. Diventa pilota. Agli antipodi con Caracciola, nobile junker. Diversi in tutto e per questo si detestano, più o meno amabilmente. A dire il vero Lang detesta anche i nazisti di cui suo malgrado diventa uno dei simboli dell’epoca. Perché Herr Hermann con la W125 negli anni ’30 vince, implacabile come un’armata cui solo la guerra pone il veto ai suoi successi. Ci sarà tempo per tornarci al successo. Più avanti negli anni ’50 a 43 anni, quando Le Mans sta diventando la gara più importante al mondo.

Quell’edizione del ‘52 doveva vincerla Levegh, in testa con quattro giri di vantaggio sulla W194 di Lang e Riess. Ha guidato la sua Talbot ininterrottamente per 23 ore ma il motore gli esplode in un fuori giri per un errore in scalata. Sarà per un’altra volta mentre Lang e la Mercedes ringraziano prima che la tragedia di “Bouillin” avvenga, qualche anno più tardi.

Ma questa non è più la storia di Hermann.

E di un operaio.

Che ha vinto Le Mans con la Mercedes 300 SL.

Sulle ali di un nuovo e argenteo.

Gabbiano meccanico.

 

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