I motori di Le Mans

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I motori di Le Mans

 

Lacrime di gioia. Bisogna esserci. E avere qualcosa dentro. Per capirlo veramente.

 

Il 12 giugno 2019 a Le Mans inizia con una sorpresa: Piera. Si farà un solo giorno, quello delle libere e delle prime qualifiche, poi tornerà a casa. Lei, che un anno dopo diventerà ufficialmente ingegnere con la tesi discussa durante la serrata, collabora con Villorba Corse ed è a Le Mans dopo che anche Lacorte le ha “ordinato” di andarci. Facciamo “due passi”, ovvero i due chilometri buoni fra la pit lane e le Porsche Curves: non oltre, perché stanno chiudendo la strada normalmente aperta al traffico. Come in un rally qualunque.

Rientriamo giusto in tempo. Alle 11 e un quarto si scatena come dal niente un diluvio tremendo. Per fare i 300 metri fra il box e l’hospitality Cetilar Villorba Corse m’infradicio in una maniera difficile da credere. Tocco con mano il meteo “pazzerello” di Le Mans: sole, qualche nuvola, diluvio, il tutto in venti minuti. Mi dicono che è normale. Il clima atlantico, dicono. Sarà: c’è talmente tanta acqua che l’hospitality ne ha mezzo centimetro dentro…

Arriva anche mio papà, che sarà a Le Mans per conto suo ma con cui vedrò tutta la gara. Almeno quella parte di gara che potremo vedere insieme. Gli vado incontro e ci troviamo verso le Esse Ford, due parole e lo devo subito salutare. Per la tribuna di Treviso racconto la storia di due meccanici, entrambi francesi: Josè Garrido (lavora in Formula 1 con Renault, ha già sulle spalle 15 Le Mans e ha lavorato con Peterhansel alla Dakar) e Stéphane Queyroi (già 16 Le Mans, secondo di classe GT2 nel 1994 e GTPro nel 2012). Insomma, tanta roba.

La bellissima Piera “incappucciata” a Le Mans

Il cielo resta nuvoloso durante il pranzo, ma si apre verso le 14: due ore prima delle libere, che partono asciutte. Siamo io, papà e Piera: non faccio nessun video quando danno il via. Ricordo solo le lacrime alla luce verde, che ho cercato di nascondere fino a che non le ho viste anche sul viso degli altri due. Non avevo mai pianto a una corsa. Un’ora e sfrutto una full course yellow per fare un video per il giornale: spiego la curva e il tunnel Dunlop, storia e presente. Ci spostiamo alla Esse de la Foret, ammirandoli tutti. Un passaggio da brividi, come non sembra distesi sul divano. Tira tantissima aria, ma attorno alla pista non c’è un solo stand che non abbia un sacco di gente fuori con birra gelata (costo popolare: 9 euro) e panino. Ci spostiamo a Tertre Rouge, ma nel momento sbagliato: in quei minuti sbatte Tracy Khron sull’Hunaudières, una pappina tanto forte che i medici non gli lasciano continuare la gara: la 24 Ore per lui è finita verso le 18 del mercoledì.

Torniamo alla Dunlop per avvicinarci al box. Alle 19 bandiera a scacchi, poi via: vogliamo andare alle Porsche Curves e decido di fare una strada assurda. Costeggio il circuito, arrivo al Karting e lo supero. Immagino che il circuito della Sarthe sia come tutti gli altri circuiti: puoi costeggiare sempre la pista, e dove non puoi farlo un ponte ti manda dall’altra parte. Non è così, sappiatelo: arriviamo davanti a un laghetto e lì finisce l’escursione. Piera viene richiamata al box per la partenza delle prime qualifiche.

Birra a Le Mans

Ce la facciamo: io e papà arriviamo alle Porsche Curves in tempo per la partenza. Ci riusciamo solo grazie a due inglesi che vanno lì, insieme, da 25 anni. Sempre stessa curva, visto che vicino c’è il campeggio. Ogni tanto fanno la passeggiata verso altri posti, ma la base è quella. Partono le qualifiche. Mi vengono ancora i brividi a un anno di distanza. Immaginate la scena: sole non forte, anzi per niente: tramonto, di quelli stanchi del nord. Silenzio assoluto. 22.00.00: partenza. Qualche rumore di motori che si alza, soprattutto le Corvette che fanno quello che in Veneto si chiama “repetòn”: avete presente rovesciare una batteria di pentole dalle scale? Quello…

Torna il silenzio dopo il Tertre Rouge, poi un ronzio fra la prima e la seconda variante dell’Hunaudières. Silenzio alla staccata di Mulsanne. Rumore che cresce fino a Indianapolis, ma è comunque poco. Da Arnage in poi, un tripudio. È più potente della Cavalcata delle Valchirie di Wagner, più intenso del Guglielmo Tell di Rossini. È un rumore che cresce e cresce e cresce e non si ferma più. Il cuore batte forte, come mai vi potreste aspettare. Dal bosco esce finalmente la prima Rebellion, poi la prima Toyota, poi la seconda Rebellion. Motori forti, che fanno tremare. Poi le P2, con i Gibson 4.8 aspirati che ho sentito cantare nei box ma adesso in pista fanno paura. E poi le GT, un suono diverso per ogni macchina. L’urlo disperato delle Porsche 911 RSR (mamma mia, lo sento ancora), quello rauco di Corvette e Ford, e quello che non si riesce neanche a sentire delle Ferrari. Io e papà ci guardiamo e sorridiamo: stiamo piangendo, di nuovo.

Siamo arrivati poco prima delle 21: restiamo lì un’ora e mezza abbondante, perché ci vogliono 20 minuti buoni per tornare ai box. Quel tempo passa senza che ce ne si accorga. Rientro al box. Piera ha le cuffie alle orecchie.

 

Niccolò Budoia

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