Essere Nilsson

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ESSERE NILSSON

 

 

Non era proprio il tempo dei videogames. Non ancora. Anche se timidamente cominciavano ad affacciarsi nelle sale giochi, senza aver la pretesa di essere una nuova realtà simulata.

Realtà virtuale.

Come oggi amiamo definirla.

Da poco sugli schermi Rai era apparso Goldrake di Go Nagai.

Altra epoca. Il passato. Quando essere pilota significava andare in cerca della morte insistentemente. Morire in pista. Lo si accettava. Era parte del gioco.

Ma per Gunnar il destino aveva deciso diversamente. La via della malattia.

Gunnars Nilsson in Formula 1 è una meteora svedese. Una meteora per una vittoria. Ma per poco che sia stato su questa terra, col suo casco da sommergibilista lascia il segno. Un graffio giallo e blu. In Belgio la sua unica vittoria, con due svedesi sul podio in compagnia di Peterson. Mai più successo. È il ’77. Quando arriva settembre e ottobre dell’anno successivo, ti fa ancora più strano pensare a questi due piloti altrove, quasi con rabbia ripensando alla sua scomparsa, avvenuta in quel modo.

Senza che l’asfalto l’abbia nemmeno toccato.

Ad appena 30 anni fu il letto di un ospedale inglese a rubargli la vita.

Vedere Gunnar al funerale di Ronnie e pensare che a breve ce ne sarebbe stato un altro. Smagrito, spento, la testa completamente calva, abbandonata da quei capelli ricci che la chemio implacabilmente ha divorato, insieme a un persistente dolore nel fisico che finisce per non abbandonarlo mai.

Ma a quella corsa di Ronnie, Nilsson non avrebbe mai rinunciato, per nessuna ragione al mondo.

Troppo importante ritrovarsi insieme, a così breve distanza.

Troppo. Non per dirsi addio ma arrivederci.

All’altro mondo.

Dei piloti da corsa.

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