Come Jochen

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Come Jochen

 

“Dynamite”. Il piede destro potente ed esplosivo sull’asfalto era il ritratto di una belva felina aggrappata ai cordoli. La “Tigre” appunto e quello strano profilo, dal naso schiacciato sotto gli occhiali, che s’incuneava nell’aria più veloce degli altri. Dopo un drammatico Gran Premio di Spagna in una Barcellona del ’69 quel profilo così aggressivo si era definito ancora di più. Un botto spaventoso. Un cedimento meccanico sulla sua Lotus. Un felino di razza. Come pochi se ne sarebbero visti.

Jochen Rindt. E quelle 6 vittorie (come Gilles) che in F1, di lui non spiegano abbastanza . Frammenti di un tempo senza secondi sul cronometro. Quando Bernie Ecclestone era il suo manager e quando guidare una Lotus 72  significava essere il cavaliere di un Signore da Corsa tanto geniale quanto spregiudicato come Colin Chapman.

Ma c’era altro. Molto altro. Compresa una vittoriosa edizione della 24 Ore di Le Mans che alla “Tigre” di Magonza riuscì fortunosamente di conquistare.

1965.

Rindt insieme a Masten Gregory ed  Ed Hugus, il pilota “fantasma” di una notte, vince la 24 Ore di Le Mans a bordo di una Ferrari 275 LM del team NART di Luigi Chinetti. L’ultima grande vittoria di una Ferrari passando da Mason Blanche, mentre fuori la guerra sportiva con la Ford imperversa all’apice della sua veemenza dialettica e sportiva.

Come per Ronnie Peterson, l’avventura Ferrari in carriera si limiterà alle sole vetture sport. Quanto basta per portare a casa il bottino grosso. Quello che conta davvero.

E poi c’era Nina. Moglie bellissima per cui svenire a bordo pista solo a vederla, figlia di un pilota come lui.

Insieme a Sally, nel paddock formano una coppia di mogli dall’avvenenza sovrumana. Gambe lunghissime dentro a pantaloni affusolati e strettissimi, incapaci di lasciar spazio alle minigonne di Mary Quant. Una, sposa di Jochen,  l’altra di Piers Courage, un pilota inglese che per modi e cognome avrebbe  potuto tranquillamente raffigurare un nobiluomo francese.

Una coppia iperfemminile.

Amiche affiatatissime, appresso ai loro veloci mariti. Rindt  altrettanto amicissimo di Piers e viceversa. Nel ’69 avevano fatto vedere di che pasta erano fatti. Dove Rindt aveva vinto per la prima volata al Glen con la Lotus di Chapman, Courage gli era giunto alle spalle, con la Brabham gestita da Frank Williams.

Il ’70 gli avrebbe portato onori e gloria  per quella temerarietà che mettevano a ogni curva. Pennellate di un coraggio senza eguali nella guida.

Un quadro perfetto per quel nuovo decennio. Jochen ancora alla guida della Lotus mentre Piers stava sviluppando la De Tomaso sempre gestita da Williams. Ma la 505 recalcitra, si scompone. È una macchina pesante e inguidabile. A 28 anni tutto può finire. Improvvisamente. C’è una lingua di fuoco che solo la sabbia olandese di Zandvoort riesce a spegnere.

Spegnendo anche la vita di Piers.

A Monza qualche mese più tardi in Parabolica la sabbia è la medesima. Jochen ha vinto quattro gare di fila. A Monaco ha costretto Brabham all’errore all’ultima curva dopo una rimonta formidabile.

La sua Lotus 72 è un cuneo velocissimo.

Solo che del suo ideatore, Jochen continua a non fidarsi.

Da quando il suo naso  a Barcellona è rimasto tumefatto Rindt ha più di qualche semplice dubbio sul conto del proprio geniale padrone. A Chapman scrive lettere, espone dubbi  sulla solidità di quelle sue leggere creature.

Troppo leggere.

Ma Colin ha in mente altro.

La Ferrari di Ickx.

Se sposta le masse frenanti, dalle ruote al corpo vettura e toglie l’alettone è sicuro. Jochen a Monza può vincere.

La sabbia in Parabolica. Così simile a quella olandese in riva alle spiagge di Zandvoort. Il cuore di Jochen smettendo di battere non ha versato nemmeno una goccia.

Sabbia e tempo.

Per Nina e Sally era stata la stessa identica cosa.

Forse era un buon giorno. Il giorno che era nato Clay, e che a Monza il giorno dopo, avrebbe vinto.

Clay ti ricordi Monza?

Eh sì…quella volta nel ’75 Niki l’ho proprio fregato. E me la sono goduta davvero.

No.

Il giorno del compleanno di Clay non poteva essere un buon giorno per morire. Clay aveva già vinto nel ’70. Ma lui volontariamente continuava a dimenticarlo.

Pensando a Rindt, che non c’era più.

Come lui, nessuno mai.

Auguri.

“Grindmaister”.

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