55. Auguri Zanna

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55.

AUGURI ZANNA

 

Un uomo. E una lunga emozione diluita nel tempo. Ora cupa, ora allegra, ora vera.

Mia nonna credo non fosse l’unica. Spesso giocava al lotto numeri legati a date, riguardanti  parenti o particolari ricorrenze della propria esistenza. Quale beneficio concreto abbia tratto in termini di vincite dall’applicazione pratica di questa metodologia numerologica… non mi è stato dato sapere. La vedevo contenta e tanto mi bastava.

Alex, su quegli stessi numeri della propria vita ha sempre scommesso, come si trattasse di un investimento più certo di un bund tedesco, senza clausole o postille a rendere complicate le cose.

Mettere tutto nel piatto.

Sempre e comunque. Da quando il Lausitzring lo privò delle gambe, per essere prima a Londra e poi ancora a Rio nuovamente campione olimpico.

Forse mia nonna aveva ragione. Meglio giocarli quei numeri del lotto. Come Alex ha fatto per tutta la sua vita.

55.

Il numero di Sainz in Ferrari.

Si tratta soltanto di correre la prossima corsa, dentro a una sfida che ancora una volta agli occhi degli altri pare soltanto eternamente irraggiungibile.

Può darsi Alex.

Può darsi sia soltanto un momento. Nel caso meglio non arrendersi. O scoraggiarsi.

Ma questo, non devo certo dirtelo io. Per quel nuovo paio di ruote, con cui certamente stai ancora continuando a correre… da qualche parte della tua infinita volontà.

55. Auguri.

Auguri Zanna.

Fino al prossimo traguardo.

Della tua vita stupefacente.

 

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Suzuka ’89, Prost e l’altra prospettiva

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SUZUKA’89, PROST

E

L’ALTRA PROSPETTIVA

 

 

Embè…

Passano gli anni ma la voglia di continuare a capirci qualcosa rimane la medesima se non addirittura di più, facendo acuire quell’inappagata e insoddisfatta necessità di verità certa e non mistificata, come si trattasse una Commissione Warren qualsiasi…

Ci siamo capiti…

Almeno… credo.

Quando rivedo le riprese dall’alto di Suzuka ’89 inerente l’incidente  tra Senna e Prost ho come un sobbalzo.

Vacca boia…

Una chiusura brutale, con il portone lasciato aperto da Prost che improvvisamente si chiude, lasciando le dita della macchina di Senna chiuse nello stipite della chicane prima dell’arrivo a Suzuka.

Una bastardata colossale.

Perchè vale più il senso della verità che quello di appartenenza generato  dalle proprie inclinazioni… Era l’inizio dichiarato di una guerra senza quartiere che per un altro lustro avrebbe reso in alterni momenti la situazione altrettanto incandescente se non di più. Fino all’arrivo di Schumi e di un altro automobilismo. 12 mesi più tardi sempre a Suzuka arrivò il secondo atto manifesto di quel conflitto non dichiarato.

Ayrton aveva atteso un anno. Dal suo punto di vista era giusto così e non sarebbe potuto essere altrimenti. Se poi ripensava anche al fatto che la posizione  della pole in griglia fosse stata posizionata sul lato sporco della pista, ecco, l’affronto era totale.

Bisognava pareggiare i conti, una volta per tutte. Con Prost, da cui si sentiva defraudato del titolo dell’anno precedente e col presidentissimo Balestre, che molto sulle decisioni prese su quanto avvenuto in  quella a chicane Suzuka in favore dell’acerrimo rivale francese aveva influito. Imponendo la propria…visione del mondo.

Un misfatto per un misfatto. Ma poi in Ayrton avvenne un subitaneo e amaro pentimento. Ora c’era da sostenere ben altro sguardo, dopo la perplessità tenuta nei propri occhi a cavalcioni di un muretto a Jerez, nel vedere Alain vincere il Gran Premio di Spagna avvicinandosi pericolosamente in classifica alla sua leadership mondiale.

Non doveva essere facile. Spiegare il perché delle proprie azioni. E a conti fatti (una volta di più) solo Dio nei suoi colloqui con Ayrton poteva realmente sapere come stessero le cose fino in fondo.

Per Senna esisteva uno sguardo, anche per pentirsi. Un lato oscuro da non ripetere mai più. Lo avremmo capito tutti troppo tardi, un venerdì a Imola, quattro anni più tardi.

“ Alain mi manchi…”

Da Suzuka quello sguardo finalmente era riuscito a trovar pace, offrendo a Prost una prospettiva del tutto nuova. Non un pentimento, ma uno stato dell’anima.

Forse l’unica cosa, veramente importante.

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Niki e Marlene

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NIKI E MARLENE

 

 

Cosa conta davvero nella vita.

L’abbraccio di tua moglie.

Quello sì. Dovrebbe essere davvero qualcosa di molto importante, se puntualmente un giorno avessi deciso di sposarti e condividere la tua vita al fianco di un’altra persona.

Le braccia di Marlene sul podio dell’Estoril si stringono intorno al collo di suo marito. Per mezzo punto Niki Lauda diventa campione del mondo per la terza volta. Un sogno, un’impresa. O forse no. Può darsi si trattasse soltanto di una promessa, finalmente mantenuta. Da autentico uomo d’onore senza che un volto deturpato dal fuoco lo facesse desistere, o rimpiangere di aver scelto quella vita così pericolosa.

Fuoco e passione.

Persi in Ferrari, polverizzati in Brabham.

“Grante Kasino”.

Per dirla alla Lauda. Progettista e motorista sono come cane e gatto. Murray e Chiti apertamente si detestano. Le monoposto che ne conseguono sono la logica conseguenza dei loro disaccordi.

Già, un grande casino. E una promessa non mantenuta. Nel ’79 Ferrari con le sue vetture ha vinto nuovamente il mondiale. Niki a Montreal si ritira, quasi scappando dalla città canadese.

Non può mica finire così. Lasciando conti in sospeso in giro per il mondo come un moroso dell’anima. Senza alcun diritto di replica.

Ma Niki di quella replica sente la spinta. A chiudere quel discorso lasciato in sospeso da troppo tempo. Serve tornare dal proprio ritiro con le idee molto chiare. Serve un’occasione come la McLaren Porsche. Serve una volontà, che al solito non faccia sconti a nessuno.

Vincere un mondiale lontano da Maranello. Sette anni son lunghi per dire avevo ragione. Per tornare dal Commendatore con in testa una risposta. La sola possibile, al fulmicotone.

“Visto Commendatore? Io vince. Anche senza Feràri.”

Anche questo sarebbe stato da Niki.

Come in quell’84 l’abbraccio di Marlene.

Sul podio dell’Estoril.

 

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Essere Nilsson

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ESSERE NILSSON

 

 

Non era proprio il tempo dei videogames. Non ancora. Anche se timidamente cominciavano ad affacciarsi nelle sale giochi, senza aver la pretesa di essere una nuova realtà simulata.

Realtà virtuale.

Come oggi amiamo definirla.

Da poco sugli schermi Rai era apparso Goldrake di Go Nagai.

Altra epoca. Il passato. Quando essere pilota significava andare in cerca della morte insistentemente. Morire in pista. Lo si accettava. Era parte del gioco.

Ma per Gunnar il destino aveva deciso diversamente. La via della malattia.

Gunnars Nilsson in Formula 1 è una meteora svedese. Una meteora per una vittoria. Ma per poco che sia stato su questa terra, col suo casco da sommergibilista lascia il segno. Un graffio giallo e blu. In Belgio la sua unica vittoria, con due svedesi sul podio in compagnia di Peterson. Mai più successo. È il ’77. Quando arriva settembre e ottobre dell’anno successivo, ti fa ancora più strano pensare a questi due piloti altrove, quasi con rabbia ripensando alla sua scomparsa, avvenuta in quel modo.

Senza che l’asfalto l’abbia nemmeno toccato.

Ad appena 30 anni fu il letto di un ospedale inglese a rubargli la vita.

Vedere Gunnar al funerale di Ronnie e pensare che a breve ce ne sarebbe stato un altro. Smagrito, spento, la testa completamente calva, abbandonata da quei capelli ricci che la chemio implacabilmente ha divorato, insieme a un persistente dolore nel fisico che finisce per non abbandonarlo mai.

Ma a quella corsa di Ronnie, Nilsson non avrebbe mai rinunciato, per nessuna ragione al mondo.

Troppo importante ritrovarsi insieme, a così breve distanza.

Troppo. Non per dirsi addio ma arrivederci.

All’altro mondo.

Dei piloti da corsa.

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Quando parlano di te

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QUANDO PARLANO DI TE

 

 

Fa sempre un certo affetto. Quando alla fine di tutto in sostanza, non fanno altro che parlare di te.

Di te.

Che prima racconti uomini e donne con la tua voce e ora, con l’energia delle tue parole fai lo stesso, nel descrivere storie mute rispetto a prima piene di gente veloce, che volenti o nolenti mette ancora in gioco la propria vita nel mare Magno della Sicurezza.

Fa effetto, perché ritrovarsi dall’altra parte della lente della vita non è il mio posto, e finisci con l’accorgerti di quanto ogni volta i termini che usi per descrivere un volto, un pilota, il lavoro di una squadra ogni volta che accende il motore della propria vettura nel paddock di un autodromo abbiano un peso.

Enorme nel giudicare.

Una piccola (e per me grande) emozione,veder pubblicata un’intervista fatta alla mia persona.

Ma questo già ve l’ho detto.

Quello che ancora non vi ho detto è quello che si prova nel vedere scritte parole pubbliche su uno schermo o un foglio di carta che riguardano te, quello che fai, il tuo modo d pensare.

La tua vita insomma.

E sono stato fortunato. Perché Laura nel raccontarmi si è dimostrata un’attenta ascoltatrice e una penna gentile e Fabio nell’organizzare la cosa un professionista di rara serietà.

Già.

Gentilezza e serietà. Cose di cui il mondo avrebbe disperato bisogno per essere un posto migliore.

Non poco,parlando di Formula 1 e motor sport. Qualcosa che vorrei continuare a non dimenticare nel fare quello che faccio.

Raccontare.

Ogni giorno che posso.

Grazie Laura.

Grazie Fabio.

 

P.S.

Per chi fosse interessato qui sotto potete trovare il link dell’intervista che mi è stata fatta. Capirete al volo come quanto vi abbia detto corrisponda esattamente a verità. Buona vita.

 A tutti quanti.

https://www.diogene.news/TreDomandeA/

 

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