VSR (La macchina di Ivan e del Capo)

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VSR

(La macchina di Ivan e del Capo)

 

Venerdì.

Nel dubbio…chiedi.

“Serviti pure. Caffè, acqua,frutta,biscotti…basta che ti arrangi.”

Ospitalità race in nuance romagnola. Il sorriso di Vincenzo spiega come quel “ti arrangi” sia la sintesi perfetta del più classico dei “fa come fossi a casa tua”.

Dentro al mare Magno delle corse non esiste, non c’è spazio per altro linguaggio che non sia la sintesi di ogni cosa. Tempi stretti, minuti contati, poco tempo anche per l’essenziale. Fai come fossi a casa tua. Grazie Vince(Per inciso. Non ho mai visto un team manager mettere così tanta acqua minerale in frigorifero per i propri ragazzi…Chi vuol capire capisca). Perché parlare inglese in un Paddock è quasi un obbligo, quando si accende il motore di una vettura da corsa.

Le libere del “Trofeo Lamborghini”. Prima ora di libere. Volano in un attimo. Tempi buoni per i tre equipaggi. Nei primi dieci. Due nei primi quattro. Un buon inizio davvero.

La voce del capo.

“Vai a mangiare coi miei ragazzi. Vedrai che ti troverai bene.”

I miei amati meccanici. Chi si sporca le mani per far brillare di gloria altri uomini (come loro) in pista. Sembra quasi che Vince conosca i caratteri, i gusti della mia dialettica da corsa. Ciò che adoro raccontare e ciò che eviterei come la morte.

Dentro di  me, ha visto giusto un’altra volta.

Seduto al tavolo da pranzo, ho di fronte un armadio a due ante.

La Lamborghini Huracàn seguita da Ivan Gargano

Buono. Che anche nel mondo delle corse, non vuole dire “mona”. Ivan Gargano è il capomacchina della Lamborghini Huracàn VSR numero 60. Occhi rapidi, mani svelte e una misura nelle parole che ti fa capire al volo quanto essere meccanico di vetture da corsa sia un privilegio, e al tempo stesso un onere di immense responsabilità.

“Ho fatto Le Mans, la 24 Ore qualche anno fa. Esperienza fantastica.”

Il punto d’incontro che cercavo, tra le nostre anime a tavola.

Entrambi siamo stati a Le Mans. Lo osservo, mentre attento si prende cura della propria vettura, affidata in pista alla guida del polacco Lewandowski.

“Quando fai un mestiere come questo devi associare inevitabilmente la passione al lavoro. Non c’è altro modo per reggere certi ritmi. Poi gli amici a casa pensano sempre che tu a ogni weekend di gara sia sempre in mezzo a donne e champagne. Difficile spiegare realmente a  un profano cosa sia questo mondo e questa realtà, quando ti succede di dormire 10 ore in cinque giorni, come l’ultima volta al Paul Ricard.

Fortunatamente per Ivan, ho visto cosa un meccanico a Le Mans sia chiamato a dover compiere nell’arco di più giorni di lavoro. Anche solo nel cercare di prendere il via della gara di durata più famosa al mondo.

Di riflesso penso soltanto a una cosa. Il polacco Lewandowski può stare tranquillo e dormire sonni tranquilli.

Con la sua macchina numero 60.

Tra le mani capaci di Ivan Gargano.

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VSR (Luci della Città)

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VSR

(Luci della Città)

 

“Allora vieni?”

Via.

Si parte per Misano. Avendo negli occhi le verdi Lamborghini del team VSR.

Luci in piazza. Luci da corsa.

I lampioni accesi sotto la Torre dell’Orologio.

Forlì Caput Mundi. Il resto non conta. Almeno in quel fotogramma disteso sulla sky line di Piazza Saffi. Dio che bella l’Huracàn Evo. Cattiva come poche, con quel suo muso a cuneo spiovente sui cubetti di porfido del fondo stradale. Perfido porfido. Se solo la Lamborghini provasse a muoversi sarebbero dolori. Ma nella staticità assoluta delle proprie forme ne esalta l’aggressiva bellezza.

Ecco cos’avrebbe raccontato la mia città, nei giorni del passaggio della Mille Miglia quest’anno. Un evento. Occhi aperti sulla velocità nel tempo, per automobili senza tempo. Da un passato lontano fino ai giorni nostri e alle Lamborghini di Vincenzo, silenziose Maestà della piazza.

Le Lamboghini Huracàn del Team VSR

Già, il silenzio.

“Allora vieni?”

Nel silenzio mi fu fatta questa proposta.

Vengo. Perché il Team VSR è davvero una magnifica favola e Misano, il libro giusto per raccontarlo.

Nei prossimi tre giorni del Fanatec GT.

Certo che vengo. Scoprendo dentro di me che la vera cosa che mi appassioni sia scoprire storie.

Prima di chiunque altro.

 

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Una camicia made in America (47 al Glen)

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Una camicia Made in America

(47 al Glen)

 

 

Una camicia.

Una camicia per una corsa.

Improvvisamente, ho pensato che le spiagge della Florida avessero trovato asilo politico sulle rive dei Grandi Laghi americani.

Tutto a posto.

Solo Roberto in track walking lungo la pista del Glen. Dio se spara quella papaya al tramonto…Come McLaren 50 anni fa, a inventarsi una tinta per le proprie vetture da corsa che uscisse dal tubo catodico e fosse visibile negli specchietti degli avversari. Successe a Elkhart Lake nel Wisconsin. Prima gara del campionato Can-Am ‘67. 3 settembre. Il primo successo stagionale di un dominio che non avrebbe lasciato spazio agli avversari in stagione. Per quella tinta destinata a essere leggenda neozelandese per un inimitabile marchio d’automobili.

Il posto giusto insomma.

Per osare l’inosabile.

Perché il Glen non perdona. È una bestia d’asfalto con curve cieche e dossi repentini. Dovesse vacillare la convinzione nei propri mezzi sarebbe davvero il posto sbagliato per tentare abluzioni amletiche della mente. Sarebbe strizza pura per camicie d’altro genere, probabilmente a righe larghe.

Molto larghe.

Invece le facce sono quelle giuste.

Giorgio che in prova si spreme come sempre. Fuoco che corre in ogni dove attraversando campionati GT come se piovesse… senza distinzioni di sorta. E poi Roberto. Perennemente insoddisfatto come ogni capitano di ventura che si rispetti.

“Meglio di P5”

Gli scrive un amico.

Eppure so già che un “l’è tutto da rifare” di bartaliana memoria sarebbe pronto all’uso, dopo una gara come questa 6 Ore del Glen.

Come una camicia made in America. Color papaya.

Ciao ragazzi. Vi voglio bene.

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I ricordi di Brenda

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I ricordi

di

Brenda

 

 

Scusate tanto.

Sono in debito con voi lettori. Giornate lunghe e assenti. Senza la quotidianità dei miei post. Vedremo di rimediare quanto prima.

Ma tant’è.

Anche una tournèe letteraria, come ho vissuto in questo mese di giugno impone le sue pause. I suoi momenti. Su cui riflettere e al tempo stesso porsi nuovi domande. Alla ricerca di nuove risposte.

Già qualche giorno fa vi accennai, riguardo a cosa il mio libro su Chris mi stia regalando, giorno dopo giorno su Chris mi stia regalando giorno dopo giorno. Ma quanto successo a Valenza grazie al Ferrari Club Alessandria ha assunto per il sottoscritto i connotati dello stupore, prossimi alla commozione.

“Hai sentito molta gente per scrivere questo libro?”
 Difficile.

Difficile spiegare alla sguardo indagatore di Brenda che no. Narrando di Chris sono riuscito a parlare solo con l’ing. Forghieri. Il resto, era il frutto di un estenuante lavoro di ricerca e introspezione. Immedesimandosi in ciò che Amon sia stato al volante di una Ferrari da corsa. Ora capisco come Brenda Vernor possa essere stata per più di un quarto di secolo la segretaria di Enzo Ferrari. L’uomo col suo sguardo racconta più delle parole che pronuncia. Alla sua femminile curiosità non potrei nascondere nulla.

Disarmato. Al cospetto di chi abbia conosciuto Amon personalmente.

“Posso dire che non ho mai conosciuto un pilota così buono d’animo come Chris. Gli ho visto firmare assegni per gente che gli chiedeva un aiuto economico senza mai sottrarsi, a volte devo dire anche in modo piuttosto ingenuo. Ma Chris era nobile d’animo. Difficile che ti nascondesse qualcosa, come succedeva quando si metteva alla guida. Era davvero il più bravo di tutti nel descrivere le sensazioni che provava nel portare al limite una vettura da corsa. Insieme a Mauro (Forghieri) si era instaurato un rapporto che in Ferrari non ho più visto. Mi manca tanto Chris…anche se con le donne era davvero un gran “birichino”.

Nome in codice…”birichino”. Piloti che gente.

Brenda sorride. Sorride e ascolta. Regalandomi un perla che mi sarebbe piaciuto poter allegare alle pagine del mio libro. Fuori tempo massimo.

“Quando Chris se n’è andato dalla Ferrari ha lasciato parcheggiate sotto casa una 500 bianca e un’Alfa verde. A un certo punto vennero i carabinieri da me a dirmi che se non avessi provveduto a spostare quelle due vetture ci avrebbero dovuto pensare loro. Le regalai, aiutando qualcuno che sapevo essere in difficoltà. Chris era speciale. Soprattutto in questo. Hai fatto bene a scrivere un libro su di lui.”

Per motivi diversi siamo in due a commuoverci. Io e Alessandro, il presentatore ufficiale del Ferrari Club Alessandria.

Per motivi diversi, entrambi abbiamo colto la stessa cosa.

I ricordi di Brenda ci avevano riportato a una Ferrari che non esiste più.

I semi di quel marchio.
Divenuto mito nel mondo.”

I ricordi

di

Brenda

 

 

Scusate tanto.

Sono in debito con voi lettori. Giornate lunghe e assenti. Senza la quotidianità dei miei post. Vedremo di rimediare quanto prima.

Ma tant’è.

Anche una tournèe letteraria, come ho vissuto in questo mese di giugno impone le sue pause. I suoi momenti. Su cui riflettere e al tempo stesso porsi nuovi domande. Alla ricerca di nuove risposte.

Già qualche giorno fa vi accennai, riguardo a cosa il mio libro su Chris mi stia regalando, giorno dopo giorno su Chris mi stia regalando giorno dopo giorno. Ma quanto successo a Valenza grazie al Ferrari Club Alessandria ha assunto per il sottoscritto i connotati dello stupore, prossimi alla commozione.

“Hai sentito molta gente per scrivere questo libro?”
 Difficile.

Difficile spiegare alla sguardo indagatore di Brenda che no. Narrando di Chris sono riuscito a parlare solo con l’ing. Forghieri. Il resto, era il frutto di un estenuante lavoro di ricerca e introspezione. Immedesimandosi in ciò che Amon sia stato al volante di una Ferrari da corsa. Ora capisco come Brenda Vernor possa essere stata per più di un quarto di secolo la segretaria di Enzo Ferrari. L’uomo col suo sguardo racconta più delle parole che pronuncia. Alla sua femminile curiosità non potrei nascondere nulla.

Disarmato. Al cospetto di chi abbia conosciuto Amon personalmente.

“Posso dire che non ho mai conosciuto un pilota così buono d’animo come Chris. Gli ho visto firmare assegni per gente che gli chiedeva un aiuto economico senza mai sottrarsi, a volte devo dire anche in modo piuttosto ingenuo. Ma Chris era nobile d’animo. Difficile che ti nascondesse qualcosa, come succedeva quando si metteva alla guida. Era davvero il più bravo di tutti nel descrivere le sensazioni che provava nel portare al limite una vettura da corsa. Insieme a Mauro (Forghieri) si era instaurato un rapporto che in Ferrari non ho più visto. Mi manca tanto Chris…anche se con le donne era davvero un gran “birichino”.

Nome in codice…”birichino”. Piloti che gente.

Brenda sorride. Sorride e ascolta. Regalandomi un perla che mi sarebbe piaciuto poter allegare alle pagine del mio libro. Fuori tempo massimo.

“Quando Chris se n’è andato dalla Ferrari ha lasciato parcheggiate sotto casa una 500 bianca e un’Alfa verde. A un certo punto vennero i carabinieri da me a dirmi che se non avessi provveduto a spostare quelle due vetture ci avrebbero dovuto pensare loro. Le regalai, aiutando qualcuno che sapevo essere in difficoltà. Chris era speciale. Soprattutto in questo. Hai fatto bene a scrivere un libro su di lui.”

Per motivi diversi siamo in due a commuoverci. Io e Alessandro, il presentatore ufficiale del Ferrari Club Alessandria.

Per motivi diversi, entrambi abbiamo colto la stessa cosa.

I ricordi di Brenda ci avevano riportato a una Ferrari che non esiste più.

I semi di quel marchio.
Divenuto mito nel mondo.”

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Patrick Tambay

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Patrick Tambay

(un giorno speciale)

 

 

Un giorno speciale.

A Patrick Tambay basterebbe ricordare la vittoria di Imola per riaprire le pagine di un vecchio romanzo, scritto da qualcuno con la passione per le coincidenze e un vago senso dell’ironia. Tale da far apparire le sue vittorie come il balsamo lenitivo e definitivo su dolori e lutti che segnarono la sua venuta in Ferrari, nel prendere il posto più di un semplice amico e di un semplice pilota.

Debuttare in Formula 1 a Silverstone insieme a Gilles. Lui con una Ensign, il canadese praticamente con una McLaren di terza mano. Lasciargli le chiavi della sua villa sulle Alpi Marittime di Plascassier, con la promessa che quel tetto avrebbe soddisfatto le esigenze della famiglia Villeneuve fin quando ne avrebbero avuto bisogno nella loro venuta in terra d’Europa.

Una villa per un abitacolo. Per due vittorie tra le più importanti moralmente  parlando nella storia del Cavallino. Quando Enzo lo chiama a Maranello per sostituire proprio l’amico deceduto, Patrick è come sospinto da una nemesi inspiegabile. È fuori dal giro che conta oramai da mesi, immerso nel campionato Can Am Oltreoceano, ma poco basta a sovvertire quel debito romanzesco che è solo all’inizio del suo ironico saldo morale. Pironi in un decollo quasi fatale si sbriciola le gambe durante le prove del Gran Premio di Germania. Tambay quella gara la vincerà. La sua prima vittoria in Formula 1, quando il senso di quella stagione per la Ferrari volge ben oltre il senso del dramma. In quell’82 le commistioni emotive si sprecano in un tutt’uno vorticoso e travolgente. Patrick non fa solo sua quella vittoria. La rende parte di una squadra in debito di serenità e volontà di voler girare pagina oltre il dolore e la morte stessa.

Figurati l’anno dopo quando arriva giustappunto Imola. Partire dalla piazzola di Gilles e vincere, insieme a quel ricordo collettivo che aveva visto muovere i primi implacabili passi della tragedia di Zolder   proprio dal podio del Santerno.

Patrick vince ancora.

Una seconda e ultima volta regalando una suggestione eterna e irripetibile a un intero mondo, affamato di miti e leggende, di bandiere canadesi verniciate e superate sull’asfalto, al momento di tagliare il traguardo davanti a tutto e tutti.

Un amico vero. Un amico fedele.

Una villa per un abitacolo.

Amici per la pelle.

Due vittorie.

Possono bastare per descrivere tutto questo.

Nella vita di un pilota.

E di Patrick Tambay.

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